Home > Recensioni > Roma 2015 — Junun

La Festa del Cinema di Roma 2015 mostra al pubblico e alla stampa nella Selezione Ufficiale il nuovo lavoro di Paul Thomas Anderson “Junun”, un documentario incentrato sulla collaborazione musicale tra Jonny Greenwood (chitarrista dei Radiohead e compositore per Anderson) e Shye Ben Tsur, cantante e chitarrista israeliano, attorniati da un gruppo di musicisti indiani di livello. Perché le registrazioni che possiamo ammirare nel film si svolgono nel Rajasthan, India nord-occidentale, e il composito ensemble è ospitato dal maharaja di Jodhpur all’interno di un ex forte militare. Una location suggestiva, che il regista californiano si premura di mostrarci più volte grazie all’uso di droni che sorvolano e planano attorno alle imponenti mura. All’interno, le sessioni di registrazione si susseguono una dopo l’altra, precedute e inframezzate da momenti di meditazione collettiva. Un unico flusso circolare (l’immagine del cerchio tornerà più volte) dove personalità, capacità e interazioni di e tra gli artisti si fondono in poco più di 50 minuti compatti e ipnotici.

E’ forse sbagliato il contesto di presentazione: l’opera è stata probabilmente pensata per una visione diversa da quella della sala cinematografica (e la bassa risoluzione, in più di un passaggio, delle immagini rafforza questa convinzione), una perfetta appendice video per il disco che vediamo comporsi brano per brano. Ma si può capire la voglia dei selezionatori di portare qui a Roma una cosa qualunque firmata da un regista di tale livello in anteprima; in realtà Anderson non firma nemmeno il lavoro, che resta opera collettiva ed ha proprio nell’antiautorialità e nella (apparente) casualità del materiale selezionato al montaggio uno dei punti di forza. Greenwood sembra il Brian Jones del “Sympathy for the Devil” di Godard, sempre in disparte, sempre con il viso nascosto dalla mitologica frangia, ma fondamentale nel dare il suo tocco “occidentale” alla musica, e alle prese, tra l’altro, con più di uno strumento.

Lasciarsi coinvolgere dalla passione e dalla bravura che vediamo sgorgare da ogni fotogramma è facilissimo, e davvero parliamo di un prodotto adatto a tutti. Non sappiamo al momento in quale modalità verrà presentato al pubblico, a me sembra perfetto per una seconda serata su SkyArte o Rai5. Perché Anderson e la sua agile troupe non rimangono rinchiusi all’interno del forte, ma squadrano la città che lo attornia, s’immergono un paio di volte nel caos che la abita e la rende viva e pulsante, ci fanno capire senza il bisogno di sottolineature e svolazzi quanto quello che ascoltiamo scaturisca da QUELLA realtà. Il film diventa così anche un inno alla serenità, alla tolleranza religiosa, alla consonanza magica e immediata tra persone di talento nei vari ambiti artistici. Intravediamo un paio di volte Paul Thomas Anderson, mentre pilota un drone in lontananza e nella foto di gruppo finale, sorridente in entrambi i casi: ecco, il divertimento e il piacere di tutte le persone coinvolte è percepibile in ogni primo piano, in ogni frammento d’intervista.

Ancora un’altra felice collaborazione, dunque, tra Anderson e Greenwood, già autore della colonna sonora degli ultimi tre film del regista. Insieme al duo David Fincher/Trent Reznor, davvero quanto di meglio possa offrirci la contemporaneità in termini di armonica fusione (ribadiamo il concetto) tra talenti anglosassoni visivi e musicali

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Contro

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