Home > Recensioni > Roma 2015 — Land of Mine

Scelto per la Selezione Ufficiale della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, il terzo lungometraggio del regista danese Martin Zandvliet, “Land of Minevive oggi il suo giorno di gloria nelle sale dell’Auditorium capitolino. Ma è una gloria meritata? O i film europei ambientati durante la seconda guerra mondiale vengono presi a scatola chiusa solo per il TEMA?

Potete già capire da questa breve introduzione quanto abbiamo gradito questo film, al quale è stato comunque tributato un caloroso applauso al termine della proiezione per la stampa da parte di molti colleghi, cascati probabilmente in una delle tante trappole disseminate da Zandvliet, che riesce a infilare in un solo lungometraggio tutti i luoghi comuni sui soldati al fronte che ormai andrebbero banditi pena l’ostracismo artistico.

Avete presente la classica sequenza in cui un soldato parla di quanto mangerà, lavorerà e farà l’amore appena tornato a casa per poi morire tre inquadrature più tardi tra atroci tormenti e un ulteriore momento strappalacrime in cui urla e piange prima di spirare con qualche arto mancante? La dinamica qui è sempre quella, e il meccanismo della tensione poteva essere disinnescato in maniera più totale solo telefonando letteralmente a tutti gli spettatori prima di ogni “svolta” narrativa.

Ho parlato di “trappole disseminate” e di “meccanismi disinnescati” non a caso, perchè qui parliamo di uno di quegli episodi nascosti accaduti tra le pieghe del conflitto mondiale: i prigionieri tedeschi, a guerra appena finita, vengono usati per bonificare dalle mine le spiagge della Danimarca.

Ambientato nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine della guerra, il film racconta la storia di un gruppo di prigionieri tedeschi che vengono deportati in Danimarca e costretti a sminare due milioni di mine sparpagliate dagli occupanti tedeschi lungo la costa Ovest del Paese. A capo della pericolosa missione, il sergente Leopold Rasmussen (Roland Moller).

Come molti suoi compagni danesi, il sergente nutre un profondo disprezzo per i tedeschi dopo aver sofferto cinque anni di stenti durante l’occupazione. La rabbia del sergente Rasmussen si scatena contro i prigionieri fino al giorno in cui un tragico incidente gli farà cambiare il suo modo di vedere il nemico, prima che sia troppo tardi.

Una delle cose interessanti di “Land of Mine”, forse l’unica, è il fatto di portare alla luce una situazione completamente dimenticata dai libri di storia, e rimossa anche dalla storiografia danese, non proprio fiera di questa vera e propria vendetta perpetrata ai danni di migliaia di prigionieri, per lo più ragazzini.

Avendo dodici personaggi da introdurre, tutta la prima mezz’ora è occupata da presentazioni, appelli e primi piani, funzionali soltanto a creare un minimo di empatia con i protagonisti, che si rivelano poi essere un catalogo di stereotipi da war-movie: l’impudente coraggioso, la testa calda ribelle, l’ottimista, i fratelli gemelli (cosa succederà al secondo quando il primo salta in aria su una mina, secondo voi? Non è difficile indovinare, quotazione bassissima, non c’è da diventar ricchi).

Il sergente Rasmussen inizia pieno di risentimento verso gli ex occupanti massacrando e picchiando ragazzini inermi, per poi diventare un padre burbero nel giro di tre sequenze. Se doveste imbattervi in questo film, magari trasmesso in Tv nel pomeriggio sul primo canale danese durante una vacanza a Copenaghen mentre siete sbracati a letto in albergo, potete pure gettargli un’occhiata. Dovesse arrivare in sala in Italia, potete anche andarci se avete voglia di (ri)vedere una storia abusata che non farete troppa fatica a seguire. Per gli amanti dei cani, ce n’è uno che scorrazza lì intorno per un po’. Il resto di voi può cancellare il film dalla memoria dopo aver letto questa recensione, che si autodistruggerà tra qualche secondo. Su una mina.

 

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