Home > Recensioni > Roma 2015 — Office

Johnnie To è l’acclamato maestro proveniente da Hong Kong che, nella sua carriera, ha prodotto e diretto più di ottanta opere, contribuendo a rifondare, grazie alla sua Milkyway Image, il “noir” orientale.

Alla Festa del Cinema di Roma 2015 porta il suo nuovo lavoro, “Office“, un musical classico nell’impostazione quanto innovativo nella messa in scena, tratto dall’opera teatrale “Ai-chia” di Sylvia Chang.

To era già stato in Concorso tre anni fa qui a Roma con “Drug War”, un action movie di ottima fattura, che però pagava il battere bandiera cinese con un manicheismo schematico e semplicistico in una sceneggiatura che dipingeva i poliziotti cinesi come dei supereroi in divisa impegnati nella lotta contro il “male” dei cartelli della droga.

Anche “Office” risulta essere una coproduzione Cina/Hong Kong e, sarà un caso, il film ha gli stessi pregi e difetti: comparto tecnico impeccabile, idee forti nel soggetto, ma ancora uno script molto diseguale nei suoi snodi narrativi ed emotivi. Con un uso del 3D, a mio parere, quasi totalmente ingiustificato, sfruttato per dare profondità agli ambienti e nulla più.

La società miliardaria Jones & Sunn sta per diventare pubblica. Il presidente (Chow Yun Fat) ha promesso all’amministratore delegato, sua amante da più di vent’anni, che diventerà la maggiore azionista. Ma il progetto provoca reazioni inaspettate all’interno del gruppo. Nel mondo del mercato, l’intrigo regna sovrano: amore e odio si intrecciano con spietate strategie di dominio e controllo.

Il fallimento della Lehman Brothers che diede il via alla crisi economica destinata a contagiare gran parte del globo nel 2008 è l’evento “reale” attorno al quale è costruito l’intreccio. Il film è interamente girato in studio (e quasi completamente ambientato nell’ufficio del titolo, al 71mo piano di un grattacielo), dove vengono ricostruiti gli ambienti eliminando le pareti ed immergendo gli attori in strutture geometriche composte da tubi fluorescenti, creando elaborate scenografie a più livelli: l’idea di “Dogville”, se vogliamo, ma arricchita e diversificata. È un modo per ricollegarsi allo spettacolo teatrale di riferimento, ma ci sono motivazioni ben più magmatiche che covano sotto la cenere.

Tutti i dipendenti stabili dell’ufficio ricevono un nome americano in sostituzione di quello originale, e il brokeraggio effettuato è continuamente collegato col mondo intero, vedasi gli effetti IMMEDIATI della crisi della Lehman sui conti in banca di più di un personaggio: immergere tutto questo in una scenografia che sembra quella di uno spettacolo di Broadway chiude il cerchio unendo la globalizzazione artistica a quella economica. L’assenza di pareti è dovuta a motivazioni molto più semplici invece, la vita di ufficio non ammette privacy, tutti sanno tutto (o almeno credono di saperlo, sono proprio le uniche informazioni importanti a rimanere segrete), tutti sparlano di tutti, tutti odiano tutti, ad eccezione dei due ragazzi protagonisti, due stagisti dalle opposte capacità e condizioni economiche, i Romeo e Giulietta della vicenda. Ed è proprio il lato narrativo quello più carente, molte sequenze risultano stiracchiate, i numeri musicali sono tutti abbastanza insipidi e non si fanno ricordare, il lato umano di questo conglomerato di persone costrette a interazioni competitive continue risulta molto meno interessante del substrato simbolico che giustifica e motiva le loro esistenze sceniche.

Chow Yun Fat poi, forse il più celebre attore orientale qui in Occidente dopo Jackie Chan, sembra in vacanza premio e sfodera il sorriso rassicurante da colui che tutto sa e tutto prevede, sia a cena in un locale esclusivo che al capezzale della moglie in coma. Che forse è in queste condizioni perchè ha scoperto una tresca del marito con la sorella, ma tutto questo livello della narrazione potrebbe essere completamente cancellato senza nuocere più di tanto. Johnnie To, in sintesi, realizza un’opera anticapitalista un po’ fuori tempo massimo nelle modalità di denuncia, con più di un sentore di film di regime in quanto il contagio viene da Ovest (come in effetti è accaduto, però) e scarsa dimestichezza con i codici di uno dei generi più puramente fondativi della Settima Arte, il musical appunto. Il tutto però splendidamente diretto, scenografato e fotografato.

Pro

Contro

Scroll To Top