Home > Recensioni > Roma 2015 — The Confessions of Thomas Quick

La vicenda raccontata da “The Confession of Thomas Quick“, il documentario con inserti di fiction (spieghiamo tra poche righe) realizzato da Brian Hill e presentato in Selezione Ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2015 è una di quelle storie così incredibili da non sembrare reale. E invece è tutto vero.

Negli anni 90 lo svedese Sture Bergwal conosciuto anche come Thomas Quick, che si sta sottoponendo a delle cure nella clinica psichiatrica di Säter (è finito lì dopo un arresto per rapina a mano armata), confessa ai medici di aver stuprato e ucciso Johan Asplund, un bambino sparito anni prima in circostanze misteriose. A quella confessione ne seguono altre trentanove e Bergwall diventa ben presto il serial killer più noto e spaventoso della storia di Svezia, e non solo.

Gli atti di violenza dei quali si accusa Bergwall sono raccapriccianti e i terapeuti ritengono che a determinare le sue azioni siano stati dei traumi rimossi nel periodo dell’infanzia. Allo stesso modo, Bergwall avrebbe rimosso per lungo tempo anche gli omicidi commessi. Il caso diventa esemplare e sembra porre le basi per nuove, avanguardistiche teorie psichiatriche che potrebbero condurre addirittura a prevenire crimini futuri. Finché, dieci anni dopo, Bergwall ritratta tutto. I casi vengono riaperti e lui assolto.

Secondo la teoria esposta nel film da Brian Hill, ad indurre le confessioni false di Bergwall sarebbero stati (involontariamente?) proprio i medici, alla ricerca di conferme per i propri studi sulla psichiatria forense e affascinati da un personaggio terribile e proprio per questo straordinario. Per la Svezia, insomma, era eccitante avere finalmente un proprio serial killer.

Hill affianca interviste, materiali d’archivio e ricostruzioni di fiction: se non si conosce la vicenda di Sture Bergwall, è sorprendente accorgersi di come le immagini che ci vengono mostrate assumano significati diversi mentre il racconto si avvia alla sua sconvolgente conclusione. In questo senso, trovano giustificazione anche le sequenze recitate da attori: non è un vezzo estetico, o un sistema per drammatizzare e rendere più accattivante una storia orribile, piuttosto un modo per riflettere con inquietudine su come le immagini e l’immaginazione siano manipolabili.

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