Home > Recensioni > Roma 2015 — The Whispering Star

Bisogna essere dei grandi artisti per omaggiare le vittime di una terribile tragedia con un’opera d’arte complessa e stratificata senza un filo di retorica, e il regista giapponese Sion Sono lo è senza alcun dubbio. Prendendo le mosse, appunto, dal disastro nucleare che ha sconvolto Fukushima e altre zone del Giappone, Sono compone un’elegia per immagini immersa in un magnifico bianco e nero, dove le influenze di altri maestri come Tarkovskij e Wakamatsu sono evidenti quanto irrilevanti. Quelli che tra di voi conoscono qualche opera precedente di questo prolifico regista nipponico (non essendo mai stato ufficialmente distribuito in sala in Italia, non sarete in molti purtroppo) si troveranno spiazzati per l’ennesima volta da quest’opera meditativa ambientata in un futuro distopico e straniante, rappresentato per dettagli, e l’estrema cura di quest’ultimi ci permette di riaffermare un’ovvietà spesso dimenticata: per fare della fantascienza, anche se umanista e filosofica come in questo caso, le idee sono necessarie, i budget stratosferici molto meno. Se volete avere anche solo un’idea del folle mondo che abita il cervello di Sono, recuperate almeno “Love Exposure”, che ha almeno avuto un’uscita in home video: per il sottoscritto, uno dei film principali del XXI secolo, e non sto sparandola grossa pur di convincervi, vedere per credere.

L’umanità si è ridotta drasticamente, l’80% della popolazione è composta da robot e gli umani sono una specie in via d’estinzione. Machine ID 722 è un’androide, a bordo della Rental Spaceship Z. Con il computer di bordo viaggia da un sistema solare all’altro, consegnando pacchi agli umani: un cappello, una matita, vestiti. Per il suo lavoro raggiunge tanti pianeti, città e spiagge desolate. Non capisce perché gli uomini non scelgano il teletrasporto, come se ricevere materialmente gli oggetti facesse battere il loro cuore. A Whispering Star, la stella dei sussurri, ogni rumore superiore a 30 decibel può uccidere gli abitanti. Yoko cerca in punta di piedi l’indirizzo della destinataria.

Tanti momenti indimenticabili nei circa cento minuti di proiezione, a partire dal design dell’astronave, un coacervo rétro dove modernariato e tecnologia convivono armoniosamente (almeno all’apparenza). L’universo deumanizzato di questo futuro senza speranza è un luogo dove regna il silenzio, dove si sussurra quando (raramente) ci si esprime, dove un rumore sgradevole per noi spettatori può risultare accattivante per i suoi sparuti abitanti. Ma chi sono davvero questi abitanti? Perchè le spedizioni postali sembrano le uniche tracce dell’organizzazione sociale ormai scomparsa della quale facciamo parte (idea già sfruttata, molto peggio e con un surplus di retorica, nello sfortunato “L’uomo del giorno dopo” di Kevin Costner)? Come riconoscere gli umani dai robot? L’incredibile finale chiarisce molte di queste domande, e naturalmente vi lascio il piacere di godervi le risposte (ci sono ancora TRE proiezioni del film qui alla Festa del Cinema di Roma, accorrete). In questa sede, posso solo invogliarvi ulteriormente alla visione: dove potete trovare un computer di bordo che parla sussurrando e funziona tramite una vecchia radio e una miriade di cavi e prolunghe, incollati uno sull’altro come l’opera di un elettricista dopo un forte abuso di alcolici? O una scena surrealista su una spiaggia dove atomi di solitudine guardano il vuoto, mentre le onde del mare infuriano, e orologi e tabaccherie lottano per sopravvivere all’oblìo di sabbia che tutto ricopre? O dove potete apprendere come si prepara il thè nello spazio profondo? Correte all’Auditorium voi che potete, e non potrete che essere d’accordo con me e con Sion Sono: l’anelito di vita racchiuso nel battito d’ali di una falena vale più che l’immensità del cosmo.

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