Home > Recensioni > Roma 2015 — The Wolfpack

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Quello della reclusione tra quattro mura che fondono il concetto di casa e di prigione è uno dei sottotemi più trasversali di questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma: Lenny Abrahamson ci racconta di una madre e un figlio prigionieri (lei per sette anni, lui per cinque, i primi cinque della sua vita) in una “Room”, il messicano “Distancias cortas” presenta l’obeso Fede, rinchiuso in casa prima di scoprire la passione per la fotografia, e poi c’è il film di cui andiamo a parlare, che rappresenta l’estremizzazione del concetto mentre paradossalmente di troviamo di fronte ad un documentario e ad una storia vera. “The Wolfpack” della statunitense Crystal Moselle aveva già sollevato consensi unanimi all’ultimo Sundance, ed è arrivato qui a Roma accompagnato da due dei sei fratelli protagonisti, gli Angulo, fino all’adolescenza rinchiusi nel loro appartamento newyorkese da un padre di origini peruviane traumatizzato dalla “contaminazione” con la società moderna.

I sei fratelli Angulo hanno passato tutta la loro vita richiusi in un appartamento del Lower East Side di Manhattan. Soprannominati “The Wolfpack – Il branco di lupi”, sono estremamente brillanti, istruiti in casa, non hanno contatti con l’esterno a parte i loro familiari e praticamente non hanno mai lasciato la loro casa. Tutto quello che sanno del mondo esterno è preso dai film che guardano ossessivamente e ricreano meticolosamente, usando elaborati arredi scenici e costumi fatti in casa. Per molti anni questo sistema è servito loro come sfogo creativo e come modo per fuggire la solitudine ma, dopo la fuga di uno dei fratelli (scappato indossando una maschera di Michael Myers come protezione) le dinamiche all’interno della casa si trasformano e tutti i ragazzi iniziano a sognare di avventurarsi all’esterno.

Papà e mamma Angulo erano degli hyppies negli anni Sessanta, e il trauma della sconfitta del movimento di protesta dell’epoca soffocato nel sangue e nel conformismo nixoniano è la vera pista nascosta di un’opera magnifica, commovente e divertente allo stesso tempo, come tutti i grandi film riescono ad essere. Ci si diverte osservando i fratelli ricreare le scene dei loro film preferiti in casa attraverso le loro riprese amatoriali (ricordate Mos Def e Jack Black in “Be Kind Rewind” di Gondry?), si rimane esterrefatti nel constatare la violenza psicologica con la quale un padre/padrone riesce a mettere una barriera invalicabile tra la sua famiglia e la grande città, coacervo di milioni di vite intrecciate appena al di là di quella finestra che si affaccia su un mondo reale ma sconosciuto. La forza dei sei fratelli è proprio la loro passione, che gli permette, con la fantasia, tutti quei viaggi che non possono fare nella realtà, e che li fa uscire dalla reclusione da persone equilibrate, tenere, una vera e propria inseparabile gang dai lunghi capelli corvini, che ora sta per mettere una piccola casa di produzione chiamata, naturalmente, Wolfpack.

L’abilità della Moselle è quella di maneggiare questa incredibile storia capitatagli casualmente tra le mani con equilibrio e misura: verso il padre/orco si prova più compassione che indignazione, e il suo sguardo “sbronzo” perso nel vuoto è quello di un reduce con l’occhio all’orizzonte e non a quello che sta intorno. Quando i figli cominciano, pian piano (dopo il primo, surreale, tentativo di uno dei fratelli “protetto” dalla maschera del serial killer di “Halloween”) ad uscire fuori, non vengono minacciati, né picchiati, l’autorità tanto temuta viene sconfitta dall’azione, dal coraggio. Come abbiamo già detto, molteplici livelli di senso stratificati, la maggior parte dei quali scaturiscono dallo schermo al di là delle effettive intenzioni di autrice e protagonisti.

Le ultime sequenze sono affidate alle riprese di un cortometraggio che i sei ragazzi mettono in scena a liberazione già avvenuta: un uomo guarda, attraverso una finestra, le emozioni primarie antropomorfizzate con artigianali ma fantasiosi costumi di scena. Solo una delle emozioni non è interpretata da loro stessi ma da una ragazza chiamata alla bisogna. Quale? L’amore, naturalmente. L’anaffettività, l’incapacità di lasciarsi trasportare dai sentimenti per la paura di riprovare dolore, ecco il grande male sociale del terzo millennio da cui nemmeno una reclusione coatta (evidentemente) può salvarci.

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Contro

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