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Roma Caput Doom

L’incessante pioggia e il cielo grigio di Roma sono il palcoscenico ideale per lo lo Stoned Hand Of Doom, che si riconferma per la sesta volta l’Evento italiano per questa nicchia musicale ristretta ma sempre più viva. Coadiuvati dalla Kick P.A. i ragazzi dello SHOD hanno riproposto la formula vincente di un festival suddiviso in 2 giorni, mettendo sul piatto nomi di rilievo internazionale che hanno attirato appassionati da tutta Italia. Indossate il vostro gilet di jeans, spettinatevi la barba e fate scorta di birra… Si comincia.

Il piatto principale di venerdì sera è fondamentalmente uno solo: gli Ufomammut. Intorno a questa band sempre più in forma è stato preparato un contorno gustoso anche se non eccezionale, che si fa notare comunque per sound particolare. Ne è un esempio la one-man-band Dasombra, con un tizio mezzo nudo che si sbatte sul palco con sottofondo doom-ambient. Jucifer e Pombagira sono invece “duo misti”. La prima band, con la fanciulla cantante/chitarrista, propone una miscela di doom e grind piuttosto amatoriale (molto meglio su disco).
I Pombagira sono invece autori di un doom più convenzionale, con una pulzella alla batteria, un barbone alla chitarra e un basso la cui mancanza pesa troppo. La particolarità dei Grayceon è invece il violoncello che impreziosisce pezzi a cavallo tra il doom e il prog. Anche qui, la resa su disco è decisamente migliore.

Quando gli Ufomammut salgono sul palco mezzanotte è passata già da un pezzo ma, siccome il Jailbreak non ha vicini scomodi, ci rimarranno fino alle 2:00. I tre eroi iniziano con “Eve” e strisciano inesorabili attraverso la loro gloriosa discografia. Finalmente l’acustica, traballante tutto il giorno, è decente e permette di apprazzare il monumento doom costruito nota su nota dai Mammut. Un ciliegina di piombo su una torta di granito che lascia estenuati e soddisfatti anche i doomster più fondamentalisti.

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Il secondo giorno lo SHOD apre i battenti alle 17:00 e dopo un paio d’ore è già evidente che il pubblico sarà superiore a quello di venerdì sera. La strada che porta agli headliner è stavolta lastricata di stelle. The Hands Of Orlac e Gum scaldano i clienti più puntuali che, noncuranti della pioggia, continuano ad entrare e uscire dal locale. I Midryasi possono invece già contare su un pubblico folto e urlante. La band di Rocco coinvolge da subito e tra una convulsione e l’altra del superdotato frontaman il pubblico canta e scapoccia. Si chiude con “All Your Sins” dei Pentagram che vede sul palco i Doomraiser e un bambino di 5 anni, senza dubbio lo spettatore più fico del festival.

Quello a cui si assiste è un crescendo che passa dagli Stoner Kebab fino ad arrivare ai Doomriser. Se i primi sono in grado di dare spettacolo con una prestazione divertente e travolgente, i secondi infiammano palco e pubblico con l’attitudine che li ha giustamente resi i beniamini della Capitale. Insieme ai Midryasi, queste 2 band hanno fornito una prova lampante dell’eccellenza dello stoner doom italiano. Anche per questo i pur bravi Toner Low si configurano come una battuta d’arresto nel climax che porterà all’apice della serata. Il loro doom droneggiante rallenta i ritmi e fa riprendere fiato. Tra una distorsione e l’ennesima birra, ci si prepara per i Wizard.

Il Jailbreak è pieno di gente: puzza, sudore, pavimento ricoperto di birra. Insomma, è lo specchio fedele di un pubblico sopravvissuto a 2 intensi giorni di doom, pronto a ricevere il colpo di grazia dagli Electric Wizard, professionisti seri e rispettabili. Talmente seri che fin dal giorno precedente si aggiravano nel locale ubriachi come mufloni. Una volta sul palco, il feeling con gli spettatori è pazzesco: si inizia con “Witchcult Today” e si va avanti senza sosta con “Satanic Rites of Drugula”, “Dopethrone”, “We Hate You”, “Return Trip”, “The Chosen Few” fino a giungere a una “Funeralopolis” cantata da tutto il pubblico. Poi i musicisti adagiano gli strumenti difronte agli amplificatori e vanno via. E i doomster dimostrano di non averne avuto abbastanza inveendo contro i tecnici del suono che spengono la strumentazione. Cazzo, quel feedback assordante era perfetto per il chill out.

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