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Roma Città Aperta: torna in sala il capolavoro capostipite del Neorealismo

In anticipo di qualche settimana sul 70mo anniversario della Liberazione di Roma (4 giugno 1944), torna nelle sale il capolavoro di Roberto RosselliniRoma città aperta”, sceneggiato da Sergio Amidei e da un giovane Federico Fellini. Il film viene presentato nella copia restaurata dalla Cineteca di Bologna e da Istituto Luce Cinecittà e distribuito da Circuito Cinema nell’ambito del progetto “Il Cinema Ritrovato. Al cinema”, e in particolare di quel “Progetto Rossellini” che ha portato tanti film del padre nel neorealismo in giro per i Festival europei (Venezia, Cannes, Berlino, Torino, Roma , Bologna). Il restauro è stato effettuato sul negativo originale ritenuto per anni perduto e ritrovato nel 2004 alla Cineteca Nazionale.

L’avventurosa realizzazione del film in una Roma liberata da poco dall’occupazione nazista meriterebbe un racconto cinematografico tutto suo (e lo ha avuto, “Celluloide” di Carlo Lizzani); mancava tutto, compresa la pellicola per girare, che venne comprata, secondo la leggenda, scaduta al mercato nero o recuperata in giro da “frattaglie” di altre produzioni. Può e deve essere un monito per i depressi e demotivati giovani cineasti italiani, soggiogati anche solo emotivamente dalla crisi economica imperante: in condizioni disumane, Rossellini e i suoi collaboratori tirarono fuori un “instant-movie” scolpito per sempre nella storia del cinema, non solo italiano (la sceneggiatura venne nominata agli Oscar di quell’anno, tanto per fare un esempio). Gli studi di Cinecittà erano occupati dagli sfollati di guerra, bisognava industriarsi e girare in giro, dove capitava: fu così che, anche per necessità, nacque quella corrente cinematografica a posteriori definita “neorealismo”.

Il film è ancora oggi di una modernità narrativa assoluta: i racconti intrecciati di diversi personaggi, la commistione tra scene melodrammatiche e altre di pura suspense, il tocco ironico pur nella tragedia tipicamente romanesco sono istanze di racconto cinematografico ancora oggi attualissime. Rossellini e i suoi collaboratori dovevano rifondare una cinematografia adagiatasi negli anni della dittatura fascista su innocue commedie altoborghesi totalmente estranee alla realtà del Paese (il cosiddetto cinema dei “telefoni bianchi”), e su questo punto apro una piccola digressione. Anche la Hollywood classica in quegli anni produceva “sophisticated comedy”, quindi il genere in sé non rappresenta per forza un disvalore: i film americani dell’epoca erano, per gran parte, buoni o ottimi film, quelli italiani no, questa era la grande differenza. Si cercò di creare uno “star system” nazionale, con figure come Amedeo Nazzari o anche un giovane Vittorio De Sica, ma i più grandi nell’immaginario collettivo erano personaggi ormai dimenticati come Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (si veda il bellissimo film di Marco Tullio Giordana “Sanguepazzo”, presentato a Cannes nello stesso anno dell’esplosione di Garrone e Sorrentino, e per questo colpevolmente ignorato). Un’altra piccola annotazione: il mondo tratteggiato dalle fiction Rai attuali non vi sembra pericolosamente simile a quanto detto finora, ambientato in una realtà televisiva di buoni sentimenti e valori conservatori completamente slegati dalla realtà attuale italiana?

Ma torniamo a “Roma città aperta”: indimenticabili le interpretazioni delle due star romane dell’epoca, Aldo Fabrizi e Anna Magnani, in due ruoli ispirati da veri episodi di eroismo e sopraffazione avvenuti nel periodo dell’occupazione. La sequenza della morte del personaggio della Magnani è pura epica cinematografica (sequenza catapultata ormai nell’immaginario collettivo, non starò mica rovinandovi la visione del film con uno “spoiler”, no?), il montaggio alternato da varie angolazioni della corsa tragica verso il suo Francesco mette i brividi ancora oggi: a proposito, qui c’è un personaggio principale che muore a metà film, che sir Alfred Hitchcock col suo “Psycho” ne abbia preso spunto? Assolutamente sì, secondo il mio parere.

Il film è anche una lezione di storia patria, ed è intriso di umori da CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), l’unione di tutte le forze antifasciste per una causa comune, giusta, che avrebbe portato inevitabilmente alla vittoria, come dice il personaggio di Francesco alla Magnani in una delle scene più retoriche e insieme più commoventi in un film che della retorica tipicamente italiana ha davvero poco. Don Pietro e il comunista Ferraris/Episcopo/Manfredi lottano insieme, il soggetto non ha una base ideologica forte che lo sorregge, e questo è il suo difetto e insieme la sua più grande forza.

Il finale è un mirabile esempio di costruzione cinematografica, il sacrificio degli eroi sembra chiudere la pellicola, ma l’ultima scena è affidata ai bambini, costretti a diventare adulti precoci, organizzati in un gruppo partigiano in un’età in cui il gioco e il divertimento dovrebbero essere le uniche occupazioni: loro sono il futuro, su di loro si costruirà un Paese nuovo e certamente migliore. Quella generazione sarebbe diventata quella dei Sessantottini che, dopo illusioni e sogni rivoluzionari di creazione di un ordine nuovo, avrebbe contribuito ad edificare la partitocrazia malata e corrotta che corrode l’Italia dalle fondamenta. Ma Rossellini questo non poteva saperlo.

Vi consiglio vivamente di andare al cinema a (ri)vedere questo film immenso, che resterà nelle sale per tutto il mese di aprile, per tutti i motivi che vi ho enumerato in questo breve articolo: difficile dire ancora qualcosa su un film su cui si è scritto e detto tantissimo, ma che merita di rimanere scolpito nella memoria di ognuno di noi. Nel decennio successivo all’uscita di “Roma città aperta”, probabilmente, siamo stati la nazione dove si produceva il miglior cinema del mondo. Ecco, tutto è iniziato da qui…

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