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Roma Fiction Fest 2015 — Jason Reitman presenta Casual

A Roma per ricevere l’Excellence Award del Roma Fiction Fest 2015, Jason Reitman è stato il protagonista di una masterclass con pubblico e stampa, insieme a Zander Lehmann, creatore della serie “Casual“. Un incontro davvero interessante, come potrete leggere tra poche righe, dove il regista che aveva già vinto nella capitale il Marc’Aurelio d’Oro per “Juno“, e presentato “Tra le nuvole“, ha il tempo e la voglia di entrare davvero in profondità nelle pieghe del suo mestiere e del suo stile di lavorazione.

Casual“, di cui abbiamo potuto vedere in anteprima i primi due episodi, è una serie davvero unica nel suo genere, con episodi da trenta minuti pur senza essere una sitcom, con un ritmo sempre alto pieno di ellissi narrative e situazioni a metà tra il comico e il melodrammatico, spesso incarnati dai due personaggi in scena, caratteri opposti che ci si diverte a far collidere.

Ecco una breve sinossi per farvi capire di cosa stiamo parlando: «Valerie (Michaela Watkins) e Alex (Tommy Dewey) sono inseparabili. Non sono solo fratelli, ma migliori amici. Vivono insieme da quando il marito di Valerie l’ha lasciata per una donna più giovane. Valerie è un’esperta psicologa e trova molto più facile psicanalizzare suoi pretendenti che avere con loro un contatto fisico. A differenza di suo fratello che cerca il sesso nel tentativo di distrarsi da irrisolte questioni familiari. Tra i due c’è Laura (Tara Lynne Barr), la figlia adolescente di Valerie, che vorrebbe di più dalla sua vita di adolescente. Questa famiglia sembra una combinazione stranamente perfetta, ma appena ognuno invade lo spazio personale degli altri, tutti i loro difetti escono allo scoperto».

Ed ecco dunque, per chi non era presente a Roma, il resoconto dell’incontro. Le domande sono poste dal moderatore Marco Spagnoli, da addetti ai lavori del cinema, da giornalisti, e, più di una, anche dal sottoscritto:

Da quanto abbiamo visto, questa serie è  diversa dalle altre, sembra davvero un film.

Io avevo letto la sceneggiatura e pensavo di farne un film, ma siamo davvero soddisfatti di quello che abbiamo fatto e della prima stagione. Mi ha molto colpito quello che è successo nel mondo della tv negli ultimi anni, abbiamo potuto ammirare del lavori incredibili. Amo molto questa generazione di registi americani, amo Paul Thomas Anderson, Tarantino, Rodriguez, ma amo anche i grandi serial come “Breaking Bad” e “Il trono di spade”. Quando ho letto lo script della puntata pilota di “Casual”, non avevo idea di come si sarebbero sviluppati e dove sarebbero andati i personaggi.

Come avete lavorato sullo stile narrativo? Più conosciamo i personaggi, più capiamo quanto non si sia mai davvero visto nulla di simile.

Quello che non mi piaceva della tv erano i compartimenti stagni, comedy e dramma ben divisi… Mio padre Ivan (regista, tra gli altri, di “Ghostbusters”, ndr) mi ha sempre detto di non cercare mai un approccio forte alla materia narrata, ma di credere nella storia che si sta raccontando e vedere semplicemente dove ti porta. Non abbiamo fatto una classica serie comedy, con singole piccole storie autoconclusive, abbiamo degli episodi con una struttura aperta, non c’è quasi mai la classica battuta ad effetto che si mette in bocca ad un personaggio mentre esce di scena, con la risata programmata.

In questa serie, come nei tuoi film, non si riesce a prevedere mai dove ci porterà la storia. Come sei riuscito a mantenere il tuo stile anche nella narrazione televisiva, che è diversa nei tempi e permette, forse, un maggiore lavoro sui personaggi?

Io m’innamoro sempre dei personaggi, non delle storie. Questi personaggi in particolare erano davvero provocatòri, non lineari. C’è uno scambio di battute nel primo episodio che adoro, quando Tommy dice ironicamente al ristorante che soffre di sindrome da stress post-traumatico, e la ragazza che è con lui, gelida, ribatte che quello è il disturbo di cui soffre suo padre dopo essere tornato dall’Iraq. Tommy ribatte: “Deve aver viaggiato molto”. Ecco, personaggi con questa voce io posso raccontarli. In una serie tv, il progetto migliora per la pluralità delle idee di tutte le persone coinvolte però, non si possono assegnare meriti puramente personali a nessuno.

Il presidente di giuria del Roma Fiction Fest Steven Van Zandt, qualche giorno fa, ha detto che la televisione è il regno degli showrunner, non c’è posto per i registi. Sei d’accordo?

Io ho la sensazione che questo concetto sia già vecchio. Noi abbiamo fatto un lavoro di team, io non sono lo showrunner, eppure avete appena detto che il tono della serie è indubbiamente il mio, vicino al mio modo usuale di fare. Siamo stati fortunati, è stato un lavoro creativamente ricco; visto che io non dirigo tutti gli episodi, devo necessariamente fidarmi degli altri partner.

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Quindi il lavoro di squadra è tra le cause della brillantezza della serie?

Quando dirigo un film non sono così collaborativo, io sono il boss e decido tutto, il processo di scrittura è mio e solo mio. Per la prima volta, per “Casual”, mi sono trovato in una stanza a lavorare con altre persone, è stato nuovo e stimolante. In questo tipo di lavoro sono fondamentali i rapporti umani, perché bisogna stare molti mesi insieme alle stesse persone. Per questa serie, per aggiungere ancora un’altra cosa, abbiamo anche avuto degli attori molto collaborativi, che hanno contribuito all’evoluzione dei loro personaggi. Molte volte capita che uno show televisivo non funzioni perché gli attori non hanno la visione d’insieme dello script e recitano cose che non capiscono. Noi, invece, abbiamo voluto che gli attori fossero sempre un passo avanti rispetto al pubblico, che potessero “indossare” davvero i personaggi.

È stata già confermata una seconda stagione?

Sì, assolutamente, stiamo scrivendo, siamo pronti per iniziare a girare all’inizio del prossimo anno.

La scrittura, per te, va sempre di pari passo con l’immagine, o a volte può contrapporglisi?

Bisogna che le due cose siano sempre in sintonia. Bisogna scrivere dei dialoghi, ma ricordarsi sempre di essere al cinema, a alternare alle scene dialogate quelle musicate, bisogna che gli ambienti abbiano sempre lo spazio per far muovere la macchina da presa. Questo l’ho portato io nella serie proprio per la mia “cultura” cinematografica, gli sceneggiatori, se potessero, scriverebbero sempre del teatro filmato, i personaggi parlerebbero in continuazione.

Parlando del lavoro degli altri, invece, cosa ti fa ridere al cinema o in televisione?

Voglio parlare di un autore che ritengo una mia guida, Alexander Payne. Riesce a mettere in scena delle linee narrative continuamente in bilico tra commedia e dramma, è straordinario.

Per affrontare il mondo dei siti di appuntamenti avete fatto delle ricerche particolari?

Sì, abbiamo letto molto in materia, più che provare personalmente noi in prima persona, se avevi pensato a quello… Abbiamo studiato come si compongono gli algoritmi che accoppiano le persone in questi siti. Poi abbiamo fatto delle interviste ad un campione di persone che avevano fatto uso di questi siti, e il materiale più interessante è finito in sceneggiatura.

Hai un’idea della direzione che prenderà la serie? C’è un arco narrativo preventivato?

Finiranno tutti in una navicella spaziale! Sto scherzando, non voglio anticipare nulla, ma la seconda stagione si fonderà più  sull’amicizia adulta, sui rapporti umani al di là delle relazioni sessuali. Io ci tenevo molto a girare personalmente i primi due episodi, perché volevo dare il tono, fatto questo posso tranquillamente lasciare il lavoro ad altri.

Ti piace fare anche il produttore?

È stata molto divertente l’esperienza di “Whiplash”, non è un lavoro creativo ma è come se tu fossi una sorta di balia, di scudo verso l’esterno che permette a chi, invece, si trova all’interno di lavorare bene. Preferisco continuare a fare principalmente quello che faccio, però.

Sei un consumatore di serie tv da spettatore? Quali sono quelle che preferisci?

Non ho visto tutto quelle da vedere, né tutte quelle che avrei voluto. Ma le principali le ho viste, mi piacciono molto “Fargo” (a voi è piaciuta? Avete visto che bomba?), “Breaking Bad”, “Il trono di spade”, “House of Cards”. Anche “True Detective”, ma LA PRIMA stagione. Non si rinuncia facilmente a Cary Fukunaga, è un altro che adoro. Avete visto il film che ha girato per Netflix (“Beasts of No Nation“, in Concorso a Venezia 2015, ndr)? Ragazzi, che film stupendo!

Si è più liberi in televisione, ora, rispetto al cinema?

Oggi, negli Usa, o fai un film che costa 200 milioni di dollari e dura uno sproposito, o fai piccoli film. Il cinema che io amo si posiziona nel mezzo, la colpa è dei produttori ma anche del pubblico, sempre più pigro. Per quanto riguarda le differenze specifiche dei due mezzi, io spesso faccio dei film perché m’innamoro di una singola scena: “Tra le nuvole”, ad esempio, l’ho fatto per il finale. Mentre in tv, visto l’arco narrativo più lungo, bisogna avere varie scene, vari scossoni in maniera ben scadenzata.

Quindi, per tornare a dove abbiamo iniziato, su cosa hai lavorato principalmente per rendere seriale uno script che, lo hai detto anche tu, sembra un film?

Siamo partiti dalla casa dei protagonisti, dalla ricostruzione dell’ambiente, dalla scelta degli attori giusti e poi dalla cura delle interazioni tra loro. Fatto questo, puoi anche lasciare la guida agli attori, se son bravi.

Se, in Italia, uno sceneggiatore presentasse un’idea come quella base di “Casual”, subito i produttori si chiederebbero se il pubblico sia pronto per queste tematiche …

E’ un periodo di forte transizione, sia per i rapporti umani che per i nuovi prodotti d’intrattenimento. Ora sono apparsi quasi dal nulla, improvvisamente, dei produttori di contenuti che, magari attraverso Youtube, veicolano praticamente in proprio le loro proposte, anche a volte con un pubblico molto piccolo, ma è comunque qualcosa che crea varietà e libertà. Io, comunque, preferisco essere amato o odiato, piuttosto che lasciare indifferente.

Sono nati prima i personaggi, o prima l’idea di trattare il mondo dei siti di appuntamenti?

Prima i personaggi, quello del sito ci è solo sembrato un modo facile per farli interagire con situazioni sempre nuove e diverse.

Come si è proceduto nella scrittura, scrivevate prima le battute, o le inserivate in uno schema di scene già preordinato?

Oh, ecco una bella domanda. Noi, per ogni episodio, avevamo diciotto step già preordinati, in cui poi inserivamo i dialoghi, sia per illustrare la situazione che per portare la narrazione armonicamente allo step successivo. Poi, per scriverne alcuni ci possono volere settimane, mentre altri escono fuori più istintivi, più immediati.

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