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Roma si tinge di viola

No, non stiamo parlando della manifestazione anti Berlusconi che ha invaso la capitale i giorni scorsi e che faceva del viola il proprio colore simbolo, e neanche di una burrascosa sortita dei sostenitori della Fiorentina, ma bensì dell’ultima calata romana dei Deep Purple.
La città ha risposto in massa alla chiamata della band riempiendo il Palalottomatica in poche ore.

L’atmosfera si riscalda già verso le 20.30, in anticipo di una buona mezzora sulla tabella di marcia, con l’ingresso dell’open act della serata: il chitarrista Maurizio Solieri e il suo gruppo. L’hard rock quasi prevalentemente strumentale della band ha coinvolto il pubblico molto partecipe soprattutto durante l’esecuzione di “C’è Chi Dice No”.

Ma naturalmente the best has yet to come e, come per magia, dal buio, un pezzo di storia fa il suo ingresso sul palco. Il fascino della band attuale certamente non è minimamente paragonabile alla gloriosa Mark II della triade classica “In Rock”, “Fireball” e “Machine Head”, ma vedere i sopravvissuti di quella formazione conquistare il palco è davvero emozionante. Seguire con lo sguardo il sempreverde Roger Glover, osservare i movimenti dinamici dietro alle pelli del seminale Ian Paice e gustarsi un ringalluzzito Ian Gillan baloccarsi sulla possente “Highway Star” non è certo cosa da tutti i giorni.
La band inglese ha travolto la platea romana con quasi due ore di granitico rock’n’roll pescando da tutti i migliori episodi della loro carriera, naturalmente ad esclusione del celebre “Burn” cantato dal duo Hughes-Coverdale. La scaletta oltre ai numerosi classici immancabili della band come “Smoke On The Water”, “Space Truckin” o la conclusiva “Black Night” ha riservato numerose chicche. Tanto per cominciare la presenza di “Things I Never Said”, bonus track della versione giapponese dell’ultimo “The Rapture Of The Deep”, ha sorpreso molti in sala come l’esecuzione di “Wasted Sunsets” dall’album della reunion del 1984 “Perfect Strangers” e “Mary Long” dal sottovalutato “Who Do We Think We Are”. Anche i momenti virtuosistici non sono mancati: il funambolo Steve Morse si è reso protagonista di un formidabile assolo che alternava momenti shred di chiara matrice barocca ad altri più intimi ed effettistici, per non parlare poi delle atmosfere surreali create da Don Airley, con una simpatica citazione di “Mr.Crowley”, o del drum solo dell’instancabile Ian Paice, tuttora una vera e propria macchina.

Assistere ad un live dei Deep Purple nel 2009 vale ancora la pena. L’emozione che emana la loro musica è ancora autentica e alla fin fine poco importa se ad accoglierci non ci sono più la premiata ditta Blackmore-Lord o se Ian Gillan non riesce più a raggiungere l’estensione vocale di una volta.
Quando si è là sotto il palco ci si dimentica di tutto e si pensa solo a cantare insieme alla band.

Highway Star
Things I Never Said
Maybe I’m A Leo
Strange Kind Of Woman
Wasted Sunsets
Rapture Of The Deep
Fireball
Guitar Solo
Sometimes I Feel Like Screaming
The Well Dressed Guitar
Mary Long
Lazy
No One Came
Keyboard Solo
The Battle Rages On
Space Truckin’
Smoke On The Water

Hush
Black Night

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