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Rosi, regista contro nella storia del Cinema

Quando un grande artista decide di lasciare tutta la sua opera ad un museo avviene un grande incontro intellettuale. È quello che è successo in questi giorni a Torino, nei quali il Museo Nazionale del Cinema ha deciso di dedicare a Francesco Rosi una mostra fotografica e una retrospettiva dei suoi film, che vedremo nel mese di gennaio.

Il capoluogo piemontese è rimasto nel cuore al regista napoletano: nel primo dopoguerra è stato assistente di Ettore Giannini al Teatro Carignano, dove ha preso parte a spettacoli di Di Giacomo e Benecoste, quest’ultimo con un certo Alberto Sordi; il Teatro Stabile rende anche omaggio a questa passione dell’autore di “Salvatore Giuliano”, allestendo la sua “Filumena Marturano” al teatro Nuovo fino al 21 dicembre.

Torino, si diceva. Lunedì 15 dicembre è stato infatti il direttore del Museo nella Mole, Alberto Barbera, ad accogliere al cinema Massimo il restauro di uno dei film meno conosciuti ma probabilmente tra i più amati da Rosi, vale a dire “Uomini Contro” del 1970, ispirato a “Un anno Sull’Altipiano” di Emilio Lussu.
Presenti a rendere omaggio alla pellicola restaurata dalla Cineteca Nazionale e all’intera opera del regista il critico francese Michel Ciment, l’autore della fondamentale monografia “Dossier Rosi”, il regista teatrale Roberto Andò, un tempo collaboratore di Rosi, e Sergio Toffetti, conservatore della Cineteca Nazionale, che molti cinefili sono soliti apprezzare nelle retrospettive della Mostra di Venezia.

Proprio da quest’ultimo sono venuti gli spunti più interessanti per rileggere oggi l’opera di Francesco Rosi, autore non solamente “politico”, come viene etichettato da molti, ma un grande regista e innovatore, capace di creare un genere di film civile, che ha unito la politica nel senso dell’inchiesta e della critica a un presente malato con un nuovo linguaggio cinematografico, al quale per esempio il recente “Gomorra” di Garrone è sicuramente un debitore indiretto.

L’omaggio all’autore de “Le Mani Sulla Città” inizia dunque attraverso il recupero di “Uomini Contro”, un restauro (va specificato non definitivo) che ha presentato molte difficoltà poiché mancava il negativo originale del film (per questioni di risparmio all’epoca se ne fece solo una copia) e si è stati dunque costretti ad usare un reversal, cioè un duplicato negativo; i risultati sono sicuramente buoni dal punto di vista filologico, ma lasciano più di un’incertezza sul cromatismo e sulla definizione di molte scene. Quello che però conta per adesso, in fondo, è l’aver riportato alla luce un film “scomodo” e molto controverso che non riusciva nemmeno a passare nei canali televisivi.
[PAGEBREAK] “Uomini Contro” è un film sulla prima guerra mondiale, tra i più importanti mai prodotti in Italia: è la storia di una compagnia sotto i comandi del napoleonico generale Leone, che impone ai suoi soldati la conquista di una cima austriaca a qualunque prezzo (e disprezzo) di vite. Stanchi delle stragi, i soldati insorgeranno e verranno puniti, secondo l’ordine e disciplina marziali, con la decimazione. Saranno due tenenti, interpretati dal grande Gian Maria Volontè e dal Mark Frechette di “Zabriskie Point”, ad opporsi invano alla logica del massacro e a pagare inevitabilmente anch’essi con la propria vita.

“Per “Uomini Contro” venni denunciato per vilipendio dell’esercito, ma sono stato assolto in istruttoria. Il film venne boicottato, per ammissione esplicita di chi lo fece: fu tolto dai cinema in cui passava con la scusa che arrivavano telefonate minatorie. Ebbe l’onore di essere oggetto dei comizi del generale De Lorenzo, abbondantemente riprodotti attraverso la televisione italiana, che a quell’epoca non si fece certo scrupolo di fare pubblicità a un film in questo modo” dichiarò Francesco Rosi a proposito di un film che diede fastidio a troppi. Un’opera che ebbe il coraggio di raccontare senza mezzi termini o concessione patriottarde quella che rimane per la Storia la tragedia bellica più atroce. Una “guerra di morti di fame contro morti di fame” come urla il personaggio di Volontè prima di cadere. Una guerra ottocentesca messa in atto con le armi spietate del nuovo secolo. Una guerra che non fu altro che uomini contro a prescindere, senza conoscerne la ragione.

Rosi riuscì a inserirsi nel solco tracciato dall’”Orizzonti Di Gloria” di Kubrick, richiamato esplicitamente in più scene (dall’incontro nel salone del generale all’esecuzione finale) ma reinterpretandolo secondo l’ottica tutta italiana della Grande guerra, cioè quella di un esercito di contadini chiamato da un giorno all’altro ad uccidere e a farsi eroe sotto i comandi dell’aristocrazia militare più scellerata. Un film, ha dichiarato Rosi al Massimo, creato per far capire come la vita non debba essere solo una lotta sociale tra pezzenti che non possono decidere e dirigenti che decidono per tutti e dove l’esito risulta tanto scontato quanto crudele.

Un film che se risulta demagogico ne fa una qualità, perché è sinceramente dalla parte degli ultimi, in quanto l’impressione più forte che se ne trae è che quando degli uomini senza colpe muoiono per un’ingiustizia storica, si tratta sempre e comunque di cadaveri eccellenti.

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