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Roy Andersson vola a Venezia 71 con il suo “piccione filosofico”

Finalmente arriva una prima folata di vento a scuotere la fiacca intellettuale del Concorso di questa Mostra del Cinema di Venezia: è il giorno dello svedese Roy Andersson, che dalle fredde steppe del nord ha portato qui al Lido una tempesta in grande stile. Volavamo tutti con il suo “A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence”, presto ribattezzato da tutti, per ragioni di sintesi, “Il Piccione”.

Un lungo applauso accoglie Andersson in conferenza stampa, per ora il suo film è il principale candidato al Leone d’oro. Un film non-film, una serie di quadri fissi con innumerevoli riferimenti colti alla pittura nordica, che si muovono secondo uno schema drammaturgico teatrale, in una sorta di complessa eframmentaria riflessione sulla meraviglia e la miseria dell’umana Storia.

Il suo film affronta tematiche care al cinema di Bergman come la solitudine, il senso di morte, l’iprocrisia delle strutture familiari, dalle quali si differenzia ovviamente per il senso dell’assurdo e lo humour nero. Che rapporto ha con Bergman?
Bergman presiedeva la scuola di cinema che frequentavo, mi ricordo che durante il periodo della contestazione studentesca ci srponò a non concentrarci esplicitamente u tematiche politiche, ci diceva: “se continuate a fare film su argomenti politici non farete mai un lungometraggio”. Però, ecco, se le dovessi dire quale sia la più grande differenza, è che Bergman non aveva senso dell’umorismo.

Ci spiega il titolo del film? Il piccione di cui parla non si vede mai, è allora il punto di vista da cui la macchina da presa guarda il mondo?
Esatto. L’intenzione era uella di non limitarmi a narrare la storia di un singolo, mi concentro su un gruppo molto ampio. Ho fatto film narrativi per vent’anni, adesso preferisco tracciare delle immagini. In questo film si parla di noi, della nostra vita. Questo film è la terza parte di una “trilogia del Vivere”. Adesso sto girando un altro film, che chiamerò la quarta parte della “trilogia del Vivere”.

Questo film ha un impianto chiaramente pittorico…
Sono sempre stato affascinato dalla storia della pittura, sin dai suoi primordi. In questo film in particolare, mi sono ispirato ai quadri di Otto Dix, pittore tedesco che ha vissuto l’esperienza della prima guerra mondiale. Da lui ho ripreso la tecnica del “deutschlich”, ossia la messa a fuoco non centrale, ma di un punto in particolare. All’inizio della mia carriera usavo campi lunghi senza mettere a fuoco un punto in particolare, oggi mi sembra impossibile.

Di quanto tempo ha avuto bisogno per allestire un film esteticamente così accurato?
Quattro anni. Questo film è il risultato del duro lavoro di scenografi, fotografi, aiuti preziosi. Sono stato fortunato, ho ricevuto l’aiuto fantastico di persone giovani. Ogni scena ha richiesto un mese di riprese, alcune due mesi. Purtroppo oggi la maggior parte dei film che troviamo al cinema sono di scarsa qualità visiva, ci si concentra solo sulla narrazione. Ma se andate ad un museo potreste stare ore a guardare un Rembrandt. Insomma, voglio dire che i film dovrebbero avere qualità visive superiori rispetto a quelle attuali. Nei miei film cerco di allestire dei grandi quadri connotati da un elemento di atemporalità, senza barriere tra le epoche storiche.

La scena al bar con Re Carlo com’è stata preparata?
Il re era responsabile solo di fronte a Dio, non di fronte alle persone. Re Carlo aveva paura della vita civile, non poteva quindi fare altro che vivere in uno stato di guerra. Era gay e omofobo, uno dei principali nemici della Russia. In Svezia c’è una specie di “russofobia”, e ora con la crisi in Ucraina il terrore è aumentato.

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