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  • Ruben: Da Qui Non Si Vedono Le Stelle

    Ruben

    Data di uscita: 27-02-2008

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Anche gli avvocati hanno un’anima (rock)

L’abbiamo visto mille volte: il rocker di nero vestito, fotografato in pose pensose tra desolati paesaggi urbani di squallida periferia, a evidenziare le radici sporche e grezze della sua musica schitarrata che vuo’ fa’ l’americana. E Ruben, al secolo il veronese Pierfrancesco Coppolella, non fa eccezione: per il suo “Da Qui Non Si Vedono Le Stelle” si fa ritrarre con le mani nei capelli, seduto sullo schienale di una panchina ricoperta di graffiti e scritte.

Eccone un altro che vuol trasudare disagio metropolitano, si dirà. Cosa ne può mai sapere un avvocato penalista (perché Coppolella questo fa, per campare: nessuno è perfetto) di storie rognose e terrigne, di vite “che non vedono le stelle”, di esistenze perdute, annoiate, disidratate? Eppure, chissà. Forse non serve vivere on the road per capire la strada, forse è possibile incasellarsi in una professione pur continuando ad anelare con forza ad altro; e forse è proprio questo l’unico modo per mantenere il distacco necessario a non rendersi ridicoli.

E infatti: il terzo album di Ruben è una collezione di sanguigno rock abbastanza genuino da sembrare sincero, e abbastanza ironico da farsi perdonare le sue stereotipate ingenuità. Si ascolti l’iniziale “Mario”, in cui un testo tutto mal di vivere e condomini si stempera nel sorriso amaro di uno scanzonato rock’n’roll talmente demodé da risultare simpatico. O “Gringo”, così sopra le righe che è quasi una parodia, ma – e sta qui il maggior pregio di Ruben – non per questo meno sincera o meno seria nel suo non prendersi sul serio.

Caricature ruspanti, “storie di fango” narrate con un sorriso sornione e la voglia di sfogarsi strimpellando su un palco. Ora: non che questo atteggiamento funzioni sempre. Emblematico, purtroppo, il caso di uno scivolone quale “Trent’Anni Fa”, campionario di brontolanti banalità transgenerazionali piuttosto imbarazzante e monotono; e bisogna poi ammettere che Ruben è meno a suo agio quando ambisce ad atmosfere più eteree e soffuse (la conclusiva “In Luce”, ad esempio). Imperfezioni più o meno marcate che mettono in evidenza tutti i limiti del cantautore, ma che non rendono meno piacevole l’ascolto dei brani più ispirati, come “Sotto Lo Stesso Cielo” o “La Collina Degli Stivali”, nelle quali non è sbagliato ravvisare influenze tra le più varie, quali Ruggeri e persino Branduardi.

Insomma, grazie a Ruben scopriamo che è più facile credere ai cieli neri quando li canta, con voce imperfetta e mai manierata, un avvocato. Che anche i penalisti abbiano un cuore?

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