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Rubini insegue Frank Capra

Il conflitto e il perdono: due tematiche ricorrenti nel cinema di Sergio Rubini e qui, per la prima volta, declinate con i toni della commedia pura, aggiungendoci anche quel tocco di soprannaturale che dovrebbe dare al tutto una marcia in più. Missione compiuta? Vediamo un po’…

Biagio Bianchetti (Lillo Petrolo) è un imprenditore di medio successo, possessore di una catena di grandi magazzini e con una bella moglie ex ballerina classica (Vanessa Incontrada). Biagio ha un’ossessione: quella di essere un eterno secondo. Sin dall’infanzia, infatti, Ottone Di Valerio (Neri Marcorè) lo ha sempre superato in tutto, a scuola, con le prime ragazze e ora anche sul lavoro, aprendo una sua catena di grandi magazzini che vende meglio della sua. Dopo l’ultimo smacco (un affare andato male proprio con Ottone) decide di farla finita gettandosi in un lago. Dopo il trapasso finisce in una specie di “stazione intermedia”, dove gli viene comunicato che, se non vuole finire all’inferno, dovrà ritornare sulla terra nei panni di qualcun altro e commettere un buona azione entro una settimana. Biagio decide di reincarnarsi in Dennis Ruffino (Emilio Solfrizzi), importante manager e nuovo socio d’affari di Ottone, con l’intenzione di rovinargli la vita. Scoprirà però che il suo eterno rivale non conduce la vita perfetta che lui gli ha sempre invidiato…
[PAGEBREAK] Gli elementi per non fare la solita commediola all’italiana ci sono: interpreti che posseggono una certa verve, riferimenti ai vecchi classici del cinema con Frank Capra come nume tutelare (la tematica del riscatto e della seconda possibilità), una storia con accenni drammatici (il suicidio dell’imprenditore vessato da difficoltà economiche) che potrebbe essere utilizzata per mettere su una graffiante satira sull’odierna crisi economica. Purtroppo le legittime aspettative sono tradite da una sceneggiatura fiacca ed impregnata da un eccesso di buonismo e saccarina.

Anche le pellicole di Capra erano caratterizzate da un buonismo di fondo e dal lieto fine di riscatto morale e sociale, ma erano pervase allo stesso tempo da un’anima dark e disillusa. Il protagonista, prima di risolvere i suoi problemi era costretto a provare sulla propria pelle tutte le ingiustizie e il marciume della società, cosa che rendeva quei film dei grandi apologhi. In “Mi rifaccio vivo”, invece, il contesto sociale è quasi del tutto lasciato sullo sfondo, in favore delle vicende personali dei personaggi. Ciò non sarebbe un gran danno se le interazioni tra questi fossero sostenute da dialoghi all’ ltezza. Rubini decide però di puntare su una comicità fisica, slapstick, incoraggiando gli attori a caricare al massimo le loro interpretazioni. Ne consegue che i siparietti tra Marcorè ed il reincarnato Solfrizzi lambiscono il ridicolo, vorrebbero ricordare le grandi coppie comiche del passato ma sia Totò e Peppino che Lemmon e Matthau sono ben lontani.

Gli altri personaggi di contorno sono poco più che figure bidimensionali: da Valentina Cervi psicologa e amante gelosa di Marcorè a Margherita Buy, solita moglie insoddisfatta e un po’ nevrotica con latenti perversioni sessuali (quando la smetteranno di farle interpretare SEMPRE questo personaggio?).
[PAGEBREAK] Poche le cose da salvare: la presa per i fondelli di certa cultura salutista e new age ormai ossesione in certi salotti altolocati, incarnata dal personaggio di Ruffini/Solfrizzi, manager che scrive anche “utilissimi” libri di auto motivazione. La simpatica idea che, alle porte dell’aldilà, non ci sia San Pietro a smistare il traffico di anime tra paradiso e inferno bensì Karl Marx, che punisce gli avidi capitalisti come il nostro protagonista. Anche se si poteva rappresentare il “limbo” meglio che come un semplice albergo. Infine l’interpretazione di Lillo, il più misurato di tutta la compagnia ed il buon espediente di farlo comparire nello specchio del suo alterego reincarnato Solfrizzi.

Rubini dichiara in conferenza stampa che questo è un film da “governissimo“, e quindi un film sulla pacificazione, sul conoscere il proprio nemico e comprenderne le debolezze per arrivare con lui ad un compromesso. Tematiche nobili, non c’è dubbio, ma la domanda è: in un periodo in cui il cinema italiano è già stracolmo di visioni edulcorate e poco coraggiose della realtà, ce n’era davvero bisogno? L’impressione è che, quando Rubini esce dalla sua natia Puglia, perda quello sguardo surreale ma al contempo cinicamente realistico che aveva caratterizzato alcune notevoli opere precedenti (“La terra“, “L’anima gemella“) e gli prenda la smania di strafare, esagerando i toni e diventando troppo derivativo (“Colpo d’occhio” è un esempio lampante). Neri Marcorè stesso, in conferenza, lo ha scherzosamente apostrofato augurandosi che la sua prossima pellicola sia sul “riconoscere il proprio nemico e prenderne le dovute distanze” (con evidente riferimento all’attuale situazione di governo), ed è ciò che ci auguriamo, perché è quello che gli riesce meglio.

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