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Diritto all'oblio: Quando dimenticare è un obbligo giuridico 07/02/2011
Diritto all'oblio: Quando dimenticare è un obbligo giuridico
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Diritto e Rovescio
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Se qualche anno fa hai detto, al vigile che ti multava per divieto di sosta, che la sua testa era dotata di due protuberanze caprine…
Se ti hanno condannato per molestie al cane del vicino che ti svegliava puntualmente la notte…
Se quando eri giovane sei stato licenziato per aver imprecato contro il tuo superiore e ora il call center a cui hai elemosinato un lavoro, dopo una ricerca sul web, non vuole più assumerti…
Se tutte queste notizie sono state, a suo tempo, pubblicate su internet e quindi sono rintracciabili da chiunque, attraverso una semplice ricerca su Google, e per questo ti senti marchiato a sangue dalla società, anche tu sei una vittima della "gogna elettronica". Rientri cioè fra le persone a cui è stato negato il "diritto all'oblio".
Vediamo di che si tratta.

Il diritto all'oblio, di cui abbiamo già parlato in questa puntata, è il diritto di ciascun individuo a non veder riproposti online o sui quotidiani determinati fatti che sono stati oggetto di cronaca passata, quando questi fatti non presentino più il carattere dell'attualità e dell'interesse collettivo. Così, ricordare al mondo che Tizio, svariati anni fa, ha subito una condanna per un crimine che ora non ha più alcun rilievo pubblico è illecito.
Il diritto ad essere dimenticati sorge proprio nel momento in cui non vi è più necessità di informare o aggiornare il pubblico su un evento trascorso e che ha consumato i suoi effetti. Anche per rendere effettiva la funzione rieducativa della pena, sancita dall'art. 27 della nostra Costituzione, e quindi garantire il perfetto reinserimento sociale del reo, tutto deve essere cancellato.

"Dimenticare è umano, ma internet non vuole dimenticare", dice Schonberger, Direttore dell'Information and Innovation Policy Research Centre dell'Università di Singapore. Sul web "Scripta manent in perpetuum", aggiungiamo noi. Il che è anche la somma lesione della riservatezza per qualsiasi persona.

Un caso del genere si è posto il 14 gennaio 1990, quando il quotidiano Il Messaggero, nell'ambito di un gioco a premi, ha riproposto alcune vecchie "prime pagine" in modo casuale. In tale occasione, è apparsa la foto dell'autore di un omicidio commesso diversi anni prima, per il cui delitto era stato condannato a trent'anni di reclusione. Dopo la grazia concessagli dal Capo dello Stato, il soggetto era tornato a vivere con la famiglia e a lavorare regolarmente, a testimonianza di un perfetto reinserimento nella società. Ebbene, a causa dell'immotivata riesumazione della notizia, il Tribunale ha condannato il quotidiano per diffamazione, poiché – secondo la corretta interpretazione dei magistrati – non sussisteva alcun interesse pubblico alla riproposizione del fatto.

La normativa vigente è vecchia di quindici anni e urgono modifiche che disciplinino un settore di difficile governabilità. Il dubbio di fondo, se sia contrario o meno al diritto di cronaca o, ancor di più, alla libertà della rete, ordinare la rimozione di contenuti dal web a tutela della riservatezza individuale ha spaccato in due l'opinione pubblica.
Oggi la questione torna in primo piano grazie al disegno di legge n. 2455/2009, al vaglio della Commissione Giustizia, presentata dall'on. Carolina Lussana (Lega Nord). La proposta mira a regolamentare il diritto all'oblio attraverso l'eliminazione dal web, dopo un periodo prestabilito, delle informazioni configgenti con la privacy individuale.
In particolare, si vuol fissare la permanenza in rete della notizia da un minimo di un anno (per i reati minori) fino a 20 anni (per quelli più gravi). All'inottemperante proprietario del sito verrebbe irrogata una sanzione dai 5.000 ai 100.000 €.

Susciterà certamente polemiche il terzo comma dell'art. 3 della citata proposta, in base al quale "la legge non si applica a chi esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell'esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti". In altre parole, se i fatti commessi dal politico nell'esercizio delle sue pubbliche funzioni potranno rimanere in rete, sussistendone un meritevole interesse, quelli che invece lo stesso politico abbia commesso fuori dalle sue attribuzioni pubbliche (tanto per fare un esempio: come amministratore di una società) saranno cancellate come tutte le altre.

Potremmo inoltre pensare ad un "ufficio reclami online", istituito dall'Unione Europea e gestito dalle Autorità competenti, che garantisca trasparenza ed una rapida risoluzione delle controversie; o alla costituzione di un tavolo di lavoro permanente fra i colossi della rete (Facebook, Microsoft, Google), per assicurare una collaborazione fattiva con le autorità inquirenti.

In questi giorni la Audiencia Nacional de Madrid, il principale tribunale spagnolo, si pronuncerà sulla causa tra l'Authority per la protezione dei dati e il gigante americano Google, cui la prima aveva intimato la cancellazione di alcune informazioni private riguardanti 93 cittadini spagnoli. La sentenza della Corte potrebbe segnare una svolta epocale, un precedente giudiziario che causerebbe un effetto domino in tutta Europa, dove molti tribunali sono alle prese con procedimenti analoghi. Non ci resta che aspettare…

COMMENTI


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30/03/2011

complimenti per l'articolo. qual'è la sentenza contro il messaggero?grazie

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