rubriche

 
Il falso diritto allo studio: Prezzi e copie dei libri di testo scolastici 03/10/2011
Il falso diritto allo studio: Prezzi e copie dei libri di testo scolastici
1793 letture
Diritto e Rovescio
  • Stampa
  • Invia ad un amico
  • Condividi in rete
Questo articolo mi piace non mi piace

Il diritto allo studio, previsto dalla costituzione, è a spese del cittadino: non per incapacità dello Stato sociale, ma per speculazione.

La storia inizia nel 1967, quando nasce la legge sulla gratuità dei libri scolastici in favore delle famiglie meno abbienti, legge che, dalle successive finanziarie, è stata estesa anche alle scuole secondarie.
La finanziaria 2010, invece, ha dato un taglio netto al fondo libri, lasciando il compito del sostegno in questione alle Regioni. Con le conseguenti inefficienze.
Un esempio paradigmatico. La legge della Regione Calabria n. 448/98 prevede (art. 27) la gratuità totale o parziale della fornitura dei libri di testo in favore dei nuclei familiari il cui reddito annuo non sia superiore a € 10.632,00. E come sempre succede, i sussidi stanziati vengono liquidati con enorme ritardo: così quelli dell'anno scolastico 2010-2011 non sono stati ancora erogati! E chissà se mai avverrà.

Qualche anno fa, la cattedra di procedura civile presso l'Università della Calabria, con cui collaboro, ha adottato un libro di testo di Bruno Sassani, edito da una casa editrice online (Scriptaweb). Il libro era acquistabile unicamente tramite web e, all'esito del pagamento, veniva inviata allo studente una password di accesso per il download del file. Tutto qua: senza alcun supporto cartaceo.
Un sistema innovativo che, se ben sfruttato su larga scala, avrebbe consentito di risparmiare sui costi di produzione, stampa, distribuzione, vendita al dettaglio. Eliminare almeno quattro passaggi della catena produttiva ha un indubbio riflesso sul prezzo al consumo.
Con un qualsiasi tablet, di poche centinaia di euro, e soprattutto con una spesa unica e non reiterata ogni anno, le famiglie potrebbero ridurre i costi per l'acquisto dei libri di testo. Anche lo stesso Stato potrebbe risparmiare sui sussidi previsti per le famiglie non abbienti.

Oggi, quasi tutti i ragazzi leggono i fumetti sui tablet o sui notebook. Condividono, con lo stesso sistema, riviste di informazione, libri di lettura, documenti di ogni tipo. Perché mai questa possibilità dovrebbe trovare ostacolo proprio con i libri di testo?
Addio dunque ai vecchi zaini pesanti, rovina di giovani schiene in crescita. Tutto il materiale didattico verrebbe caricato sull'ipad o sul notebook, così come farebbe un popolo che realmente intenda tutelare le nuove generazioni.

Ma sembra che ciò non interessi a nessuno, salvo ovviamente ai padri di famiglia che ogni anno spendono oltre 200 euro in libri scolastici. Anzi, la legge va nel senso opposto.

Ecco due esempi.
Con la finanziaria del 2005, tutte le società di editoria che siano quotate in borsa e certificate ricevono un credito di imposta pari al 50% dei costi sostenuti per l'acquisto della carta da stampa. Ciò significa, da un lato, un enorme risparmio per pochissime case editrici (si contano sulla punta delle dita le società di editoria che siano quotate e, tra esse, guarda caso, c'è la Mondadori). Dall'altro lato, questo comporta una spesa non indifferente per le disastrate casse erariali: in un momento dove i tagli vengono applicati a tutti i settori statali, il settore in questione non è stato toccato. È incredibile che noi contribuenti paghiamo la carta che la Mondadori usa per stampare i suoi libri, quando potrebbe venderli in formato pdf e, nello stesso tempo, non possiamo più scaricare dalle tasse una larga fetta di medicinali.
Anche la finanziaria 2011 (art. 1, comma 57) ha previsto uno stanziamento di spesa di 100 milioni di euro a sostegno dell'editoria. Nessun sostegno, invece, viene previsto per gli editori che, contribuendo a formare la cultura dell'ebook, decidano di trasformare il proprio catalogo (scolastico) in digitale.

Il secondo esempio. Il primo settembre 2011 è entrata in vigore la legge n. 128/2011 che impedisce alle librerie online, che vendono sul territorio italiano, di praticare sconti superiori al 15% del prezzo di copertina (salvo alcune eccezioni, come nel caso di libri usati). Il che è manifestazione di uno Stato che protegge gli interessi economici più forti e, soprattutto, precostituiti, anche a discapito della concorrenza. Il mercato web è più concorrenziale rispetto a quello tradizionale – perché non sostiene una serie – e pertanto, secondo il nostro acuto legislatore, deve essere ostacolato: anche se ciò avviene in danno del progresso.

Ai libri usati, però, come si diceva, non si applica tale norma ed essi potrebbero essere venduti a qualsiasi prezzo. In teoria, gli studenti potrebbero istituire, per il tramite di un rivenditore, un mercato online dell'usato, al fine di risparmiare sugli esosi prezzi imposti per l'istruzione. Sembra incredibile, ma anche contro tale possibilità si sono schierate le case editrici che, complice l'atteggiamento rigoroso di alcuni insegnanti, sfornano ogni anno una nuova ristampa di libri che non avrebbero invece bisogno di alcun aggiornamento. Si pensi ai libri di storia, o a quelli di arte, periodicamente ristampati e il cui acquisto nell'ultima edizione viene imposto da insegnanti poco sensibili a questo tipo di problematiche. Quali novità potrebbero vantare le nuove copie rispetto a quelle usate, se non qualche restyling sulla copertina o sull'impaginazione?

Non è tutto. Quando c'è da mangiare, i pesci grossi arrivano subito al boccone. Ed ecco, puntualissima, presentarsi la SIAE.
Ogni anno, le nostre università versano quasi cinque milioni e mezzo di euro nelle casse della Società degli Autori a titolo di "equo compenso" per le copie dei libri che gli studenti eventualmente effettuino nel corso dell'anno accademico.
Ricorderemo che la legge prevede la possibilità di fotocopiare un libro di testo nella misura massima del 15%, salvo un equo compenso da versarsi in favore degli autori ed editori. Tale equo compenso viene stabilito da accordi tra la SIAE e le associazioni di categoria.

Dunque, all'atto dell'iscrizione di ogni anno accademico, ciascuno studente corrisponde all'ateneo – che a sua volta poi lo gira alla SIAE – un importo a titolo di equo compenso sulle fotocopie che eventualmente egli farà in biblioteca sui libri ivi presenti.
La stranezza del sistema è che detto pagamento avviene non già al momento dell'effettivo verificarsi della fattispecie imponibile (cioè quando si ottengono le fotocopie), ma in via generale, preventiva e quindi aprioristica all'atto dell'iscrizione all'università. E ciò ovviamente accade anche se lo studente, nel corso dell'anno, non richieda alcuna copia (come nel caso di chi non frequenta e, quindi, non usufruisce della biblioteca universitaria).

Peraltro, mi chiedo come potrà qualificarsi questa tassa-SIAE nel momento in cui, così come sta avvenendo sempre più spesso, riviste e libri si troveranno esclusivamente in formato elettronico e non saranno dunque fotocopiabili.

A questo punto ("fatta la legge, trovato l'inganno"), è una continua rincorsa a chi le pensa tutte pur di vincere. Qualche studente ha ritenuto che il limite del 15% fosse da intendersi in senso temporale, per cui fotocopiare il 15% al giorno sarebbe formalmente legale. La SIAE ci tiene a precisare che la legge non prevede alcun limite di tempo e la riproduzione ripetuta, che dia luogo alla fotocopiatura oltre il limite del 15%, non è consentita dalla legge. Per fotocopiare un intero volume oltre la suddetta soglia è necessario chiedere una specifica autorizzazione agli aventi diritto.

COMMENTI


Questo articolo mi piace non mi piace
Avatar
30/10/2011

Chiedo venia per la violazione al principio di uguaglianza e di parità all'interno della famiglia.
E lo dice uno che ha avuto una madre che si è dedicata anima e corpo ai propri figli.

[ Cita questo commento ]
0
0

Avatar
30/10/2011

Niente da dire al contenuto informativo dell'articolo. Piccola contestazione. La frase 'Ma sembra che ciò non interessi a nessuno, salvo ovviamente ai padri di famiglia che ogni anno spendono oltre 200 euro in libri scolastici', sia leggermente discriminatoria per le madri di famiglia che lavorano e impegnano i loro guadagni nelle numerose spese familiari.

[ Cita questo commento ]
0
0

Invia un commento

Se sei iscritto a LoudVision effettua il login.

Altrimenti registrati qui


PROPAGANDA


chiudi
apri