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Mostra del Cinema di Venezia 2011: Marco Bellocchio, Leone d'Oro alla carriera 10/09/2011
Mostra del Cinema di Venezia 2011: Marco Bellocchio, Leone d'Oro alla carriera
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«Sentivo che poteva essere rielaborato, le immagini potevano essere più leggere, liberate da un'ideologia che ormai avvertivo come soffocante»: Marco Bellocchio, al quale venerdì 9 settembre la Mostra del Cinema di Venezia ha consegnato il Leone d'Oro alla carriera, spiega così l'insolito director's cut del suo "Nel Nome del Padre", riproposto per l'occasione al Lido in una versione più corta di 15 minuti rispetto a quella uscita nelle sale nel 1971.

A porre il riconoscimento nelle mani di Bellocchio è stato Bernardo Bertolucci: «Non nascondo che negli anni '70 sentivo una certa invidia e rivalità nei confronti di Bernardo – racconta Bellocchio in conferenza stampa – perché mentre io sono sempre rimasto un regista principalmente europeo, lui stava già avendo successo in tutto il mondo. Io facevo "Nel Nome del Padre", lui "Ultimo Tango a Parigi". Allo stesso tempo però mi sento molto legato a Bernardo, provo per lui un grande affetto».

A chi gli domanda se il premio non appaia come un risarcimento per certe delusioni passate, Bellocchio ribatte che sarebbe «pazzo, imbecille o ingrato a non essere contento: la parola "risarcimento" implica un'idea di risentimento che non mi appartiene. Sono cambiato, non sono più lo stesso regista che ha girato "Nel Nome del Padre", però credo anche di aver conservato una fedeltà e una coerenza nei confronti di me stesso. Non mi pongo certo come un rivoluzionario, ma il potere e l'istituzione non mi sono mai piaciuti perciò è normale che mi abbiano quasi sempre ripagato con la stessa moneta, c'è una logica in questo».

L'idea di un riconoscimento alla carriera come sigillo finale non piace né al premiato né al direttore della Mostra Marco Müller che anzi auspica di avere in futuro nuove opere del regista, magari «in prima mondiale e in concorso».

Interrogato sul giovane cinema italiano, Marco Bellocchio non si mostra ottimista verso una generazione d'aspiranti autori che sembra incapace «non tanto di uccidere i padri, ma almeno di distanziarsene, di trovare strade proprie. Vedo invece che molti si buttano sulla commedia, solo perché è un genere di successo, ma falliscono miseramente».

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