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Rumorerosa: Rock’n’Roll & Girl Power a go go!

Esordienti per la Best Sound, i toscani Rumorerosa appartengono alla scena rock mainstream italiana. Molto asciutti, diretti, e musicalmente preparati. Li abbiamo scoperti anche molto simpatici, loquaci, modesti e volenterosi; ai nostri microfoni, in ordine di apparizione, K (chitarra), Margot (voce) e Pixie (batteria).

La sinestesia intrinseca nel nome vuole richiamare l’idea dell’associazione tra colore e musica? Perché per voi è il rosa?
K: Allora guarda, in realtà il valore sinestetico della parola ci ha affascinato proprio per il contrasto tra “rumore”, parola dalle connotazioni negative, e “rosa” che è un colore piacevole. Sentiamo profondamente questo contrasto nella musica che facciamo, nel modo in cui viviamo, anche in quello in cui ci vestiamo; diciamo che è calzante. Il rosa ovviamente esprime anche l’elemento femminile del gruppo, Margot, che è l’esponente principale.

Parliamo ora del titolo: “Piccoli Disturbi Mentali”. Si tratta di minimizzare qualcosa di schizofrenico o di rendere simpatico e vicino (con l’aggettivo “piccolo”) quei normali, piccoli cenni nevrotici che nella vita di tutti i giorni possono aiutare a somatizzare e a creare una personalità?
K: È un modo per omaggiare quelle piccole distrazioni, quelle piccole reazioni che affliggono soprattutto Margot (urla femminili di colluttazione in sottofondo, N.d.R.), ma comunque che fanno parte della vita affettiva di ogni persona credo, e che fa parte dell’essere umani: sbalzi di umore, prese di coscienza, con qualcuno o con sé stessi, che ti portano a reagire alle emozioni in modo imprevedibile. Ci sono poi le dipendenze che ognuno di noi ha da qualcosa, come le dipendenze da telefilm, o da un particolare cibo, tutti modi un po’ distorti ma certamente non dannosi di vedere la realtà. Questo credo che traspaia durante tutta la durata dell’album.

La vostra frontgirl è una figura carismatica e piuttosto eccentrica: quanto i Rumorerosa puntano sulla sua immagine?
K: Essenzialmente diciamo che è un fatto abbastanza naturale: non parlo di cavalleria, ma con una ragazza dal caratterino particolare come Margot dà anima e quindi accentra in qualche modo su di lei il progetto. L’aspetto esteriore sembra almeno così, ma dall’interno ti posso assicurare che la nostra ‘dittatrice’ è come noi parte del gruppo, che per noi è un’occasione per condividere tutto, in modo del tutto naturale e democratico. Almeno, così è il modo in cui noi ci viviamo e ci vediamo: ci sentiamo tutti legittimati ad esserci e ci stiamo comodamente.

Quindi, sia musicalmente che privatamente, il vostro è un rapporto tranquillo ed equilibrato.
K: Ma, guarda, il fatto è che forse, in realtà, viviamo in una ‘naturale monarchia’ (risate N.d.R.) in cui noi ci sentiamo baronetti e Margot chiaramente è la regina, e per questo a lei va portato più rispetto. Appunto per questo, ora reclama il suo turno e sarà lei a risponderti alle prossime domande.

Ok. Ciao Margot. Parliamo adesso dell’esperienza live dei Rumorerosa. Avete un lungo curriculum live, tra cui si cita sempre l’apertura ai Nickelback e la, dal pubblico gradita, vostra partecipazione al Flippout Festival. Quanto ritenete questa dimensione importante, anche rispetto al lavoro in studio?
Margot: Certamente, direi anzi che è molto più importante di tutto il resto. Il lavoro in studio serve alla creazione, ed ha il suo ruolo, ma noi ci sentiamo molto più vicini al contatto col pubblico. È quella dove diamo il meglio, e sfoghiamo noi stessi: è un contatto reale, con un pubblico che è lì ad ascoltarti. Tu prima hai citato due eventi importanti, che per noi sono stati davvero una prova da affrontare, ma ti assicuro che per noi quei traguardi non sostituiscono l’atmosfera che può creare il piacere di suonare ogni sera, magari partendo col nostro pullman per viaggiare un intero periodo, raggiungere locali anche di piccole dimensioni, e portare la nostra musica.
[PAGEBREAK] Come avviene il songwriting d’un vostro brano? Apparentemente, sembrerebbe che linee vocali e riff di chitarra siano i vostri elementi dominanti…
Margot: Siamo quattro teste che lavorano nella stessa direzione. A volte è più facile inserire qualche elemento strumentale che qualcuno sente particolarmente, a volte più difficile, ma siamo sempre così affiatati da trovare una soluzione che lascia contenti tutti quanti.

Seguendo quali scenografie ed impatto si articola un vostro concerto?
Margot: Ora… Parlare di scenografie è un po’ eccessivo. Quel che è importante a livello estetico diciamo che è il nostro look perché secondo noi è importante dare un’impronta in questo senso, il pubblico se lo attende. Poi per il resto siamo animali da palcoscenico e più che sulle scenografie, preferiamo che il pubblico si concentri nel rapporto con noi e la nostra musica.

Sempre sulla vita da tour: com’è finita la vostra campagna contro gli alberi di Natale parlanti?
Margot: quegli insopportabili… in tour ci fermavamo in tutti gli autogrill e questi alberi ci perseguitavano. Alla fine Claude ne ha comprato uno e ne ha fatto vittima sacrificale delle sue ire.

Chi vi paragona agli Counting Crows, chi invece ai Muse: come vi rapportate al panorama musicale internazionale?
Pixie: Nello specifico ti posso dire che i Muse sono un gruppo che conosciamo veramente poco. Ciò che a noi preme di più è mantenere le melodie e le tonalità tipiche della canzone nostrana; io sin da piccolo ho ascoltato molto materiale italiano, cantautorale o meno. Per gli arrangiamenti, se sentiamo che strizziamo l’occhio un po’ troppo verso qualcosa cerchiamo di scapparne subito, anche se è impossibile, ascoltando così tanta musica e andando a così tanti concerti come facciamo noi, rimanere privi di influenze esterne. Può capitare a volte che sentendo delle involontarie vicinanze modifichiamo qualcosa, altre volte invece il pezzo ci piace così, e se infondo si sente qualche discendenza non c’è nulla di male. Il metro di misurazione è comunque il livello di gradimento: non portiamo mai a compimento brani che non ci piaccia suonare, specialmente in vista della dimensione ‘dal vivo’. Gli ascolti vanno molto in base ai periodi: in questo momento ci stiamo ributtando nella scena new wave e punk 70′-80′s, K poi è un grande estimatore di David Bowie.

Avete scelto “Non Smetto”, la opener del disco come prossimo singolo: è effettivamente un brano diverso dai singoli precedenti. Che cosa pensate possa aggiungere all’immagine pubblica che l’audience si è fatta di voi dopo “Ossessione” e “Teledipendente”?
Pixie: Non lo so, onestamente, soprattutto per quel che riguarda i mezzi che fanno sì che la nostra musica raggiunga quante più persone possibili (radio, e TV se poi viene fatto un video). Sotto quel punto di vista non abbiamo idea di come può reagire il pubblico, in quanto ogni fallito tentativo di previsione dimostra come il gradimento del pubblico è imponderabile. Quello che sappiamo è che al momento il singolo sta andando meglio dei precedenti, soprattutto in quelle radio non specificamente rock. Immaginiamo che da questa canzone venga fuori, di inedito, la nostra testardaggine, con cui affrontiamo le cose. Può riflettere anche il nostro modo di essere musicisti: non per capriccio, ma perché è una cosa che ci piace sin da piccoli e che abbiamo portato avanti, oltre ogni alto o basso che ci è capitato. È una dimensione della vita che ci emoziona e che vogliamo fare comunque vada. Dal vivo, possiamo dire, che è uno dei pezzi con maggior gradimento. Quindi è sotto da questo punto di vista che è stato scelto come singolo.

Dal testo de “L’Ultimo Umano” si evince che avete un’idea ben chiara riguardo il ruolo della guerra nella ciclicità della storia umana: guerra anche interiore, non solo nel senso più sociale ed attuale. Potreste espandere questo concetto in sede d’intervista?
Hai azzeccato in pieno il senso del testo, che vuole essere più individuale di quanto lasci credere. “L’Ultimo UmanO” è uno dei primi pezzi mai composti dal gruppo, nato da varie esigenze. Forse una è quella di un nostro personale, per noi stessi, rispondere all’11 Settembre. In seguito, abbiamo pensato non fosse una cattiva idea riprenderlo in mano e rinfrescarlo. In astrazione diciamo che il brano è una riflessione sull’odio gratuito delle persone, sul modello di vita di una società in cui gli individui non si guardano più in faccia, ed ognuno pensa a sé stesso; noi lo contrapponiamo all’idea che le cose vissute da soli siano molto più piccole d’importanza, rispetto a ciò che riesci a condividere con qualcuno. Ecco perché nel testo Margot canta la paura del rimanere soli.
[PAGEBREAK] In “Teledipendente”, parlate della TV come di ‘electro-trash’, ma siete orgogliosi della teledipendenza come ‘antidepressivo’ ed ‘antipensativo’: come vi rapportate al mondo dei mass-media?
Pixie: l’importante è il punto di vista di Margot per questa canzone: lei ha voluto farla sulla sua mania di guardare telefilm, anche degli anni ’70. L’idea di base era di spegnere un po’ la demonizzazione sulla TV che in questi anni viene additata di poco impegno e malainformazione. Noi volevamo invece mettere l’accento su questa parte della TV che può aiutare a staccare la spina, un relax che nella società moderna può avere i suoi lati positivi. Invece, quindi, che parlare male della TV fatta male, abbiamo preferito portare qualcosa di positivo, e ci sembrava una ragione ottima insieme alla spinta di Margot stessa. Per quel che riguarda noi singolarmente, io sono vicino a Margot come gusti televisivi. Claude odia un po’ la televisione in generale, mentre il rapporto di K con la TV sono soprattutto i cartoni animati giapponesi. Per quel che riguarda i canali satellitari, io spesso perdo ore tra i canali musicali.

“Teledipendente” è stata scelta anche come traccia per il vostro videoclip: volete parlarci di questa esperienza con J. Ax degli Articolo 31?
Pixie: Ax fa parte della stessa nostra casa discografica. Un giorno, ascoltando i nostri pezzi, si soffermò su “Teledipendente” e disse di avere un’idea di video. Dopo un po’ di tempo, quando venne l’idea di farci un singolo e si vedeva che questa canzone aveva una risposta consistente dal vivo, gli chiedemmo se aveva ancora voglia di farlo. Ax ci rispose affermativamente e ci chiudemmo per tre giorni dentro la Best Sound (loro etichetta discografica, N.d.R.) durante la chiusura estiva. Abbiamo girato le scene che poi sono state sovrapposte a sfondi da un bravissimo grafico a tutti i più comuni volti e lati della TV, dei telefilm e delle trasmissioni. È stata un’esperienza molto divertente e molto rock’n’roll.

Ora il consueto spazio finale: volete aggiungere qualcosa per i lettori di Loudvision?
Pixie: venite pure a visitarci nel sito: www.rumorerosa.it.
Margot: Rock’n’Roll & Girl Power a go go!
Pixie: Inoltre sta nascendo una community molto grossa, una newsletter e un forum gestito dai nostri fan. Accorrete se vi va, per noi siete molto importanti.

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