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Rush Hour

La fortuna non sembra avere un occhio benevolo nei confronti dei Paradise Lost. Usciti recentemente con l’ottimo “Faith Divides Us, Death Unites Us”, probabilmente il loro parto più riuscito dai tempi di “Draconian Times” e disco che riconsegna al pubblico una band che pare essere finalmente riuscita a venire a patti con il proprio passato, ecco la malattia (terminale, dicono) che ha colpito il padre di Greg Mackintosh (chitarra) e che costringe i cinque di Halifax ad affrontare un tour privi del loro motore creativo, sostituito per l’occasione da Milly Evans, che da tempo segue la band in tour come guitar-technician nonché tastierista dei Terrorvision.

La data milanese di questa sera cade proprio sul finire del lungo week-end ambrogino/immacolatoso prenatalizio. Nonostante questo, i Magazzini Generali risultano discretamente affollati quando, pochi minuti prima delle 20:00, salgono sul palco gli svizzeri Samael, chiamati a scaldare l’atmosfera con il loro metal a tinte black, molto apprezzato dai fan ma che ai profani sembra dire pochino, anche in considerazione di una certa ripetitività di fondo che emerge durante i circa 40 minuti di concerto. Nota di merito per i suoni, ben congegnati nonostante il genere, e le luci che conferiscono la giusta atmosfera allo spettacolo di Vorph e compagni.

Un rapido riassetto del palco porta i Paradise Lost a presentarsi di fronte al proprio pubblico sulle note di “The Rise Of Denial” addirittura in anticipo sul ruolino di marcia. Quella faccia da schiaffi di Nick Holmes è il solito se stesso, atteggiamento a metà strada tra serio e faceto, e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo inventato il gothic metal. Buona comunque la sua forma vocale.

Con tutto il bene che si può volere alla nuova recluta Milly Evans, a cui va comunque il merito di essersi calato molto bene nella parte, dimostrando impegno e serietà, il vuoto lasciato dalla chitarra di Mackintosh si sente, a volte pure troppo. Fatte le debite proporzioni, è un po’ come se gli Iron Maiden suonassero senza Steve Harris. Mackintosh è un po’ l’anima musicale della band, farne a meno compromette non poco il sound dei Paradise.

Detto questo, resta lo spettacolo. Con un mix ben bilanciato di classici, tra cui vale la pena citare l’immancabile “As I Die” e le draconiane “The Last Time” ed “Enchantment”, e di ben 5 estratti dal nuovo album, tra cui spicca senza dubbbio la coinvolgente title-track, non possiamo lamentarci tanto della qualità quanto della quantità: un’ora scarsa di main-set (chiuso, dobbiamo dire, alla grande con la sempre gradita “One Second”) e un quarto d’ora di encore sono davvero pochini per una band con un repertorio del genere. E se l’assenza di Mackintosh può anche costituire un’attenuante generica, vale la pena sottolineare che si suona anche, se non solo, per il pubblico pagante, e che a quel pubblico andrebbe riservato un minimo di rispetto.

SAMAEL:

Rain
Solar Soul
Reign Of Light
Infra Galaxia
Western Ground
Ceremony Of Opposites
Black Hole
Into The Pentagram
Slavocracy
The Ones Who Came Before

PARADISE LOST:

The Rise Of Denial
Pity The Sadness
Erased
I Remain
As I Die
The Enemy
First Light
Enchantment
Frailty
One Second
No Celebration
Requiem

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Faith Divides Us Death Unites Us
The Last Time
Say Just Words

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