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Intervista a Saba Anglana: musica per il mondo

Saba Anglana ha pubblicato da poco il suo nuovo disco, Ye Katama Hod (The Belly Of The City), un viaggio attraverso le culture e i suoni.

Quando la chiamo per l’intervista, una voce squillante e sicura mi saluta al telefono, ma non solo. Sin dalle prime frasi riesco a capire lo spessore di quest’artista, il che non fa altro che confermare quello che viene trasmesso dal suo ultimo disco: una figlia del mondo che produce musica per il mondo.

Cos’è cambiato in questo disco rispetto gli altri?

Si nutre dell’esperienza degli altri e si è liberato da ogni ammiccamento “pop”; si è complicato dal punto di vista dell’intensità emotiva e si è semplificato dal punto di vista dell’arrangiamento musicale, nel senso che ci sono pochi strumenti e pochissime sovraincisioni; sembra un disco quasi suonato dal vivo, infatti “il salto” dal disco al live è meno impegnativo, rispetto gli altri dischi che eravamo obbligati ad riarrangiare appositamente per i concerti. Invece quello che si sente in questo disco è molto simile a quello che viente suonato live. Io ho insistito nel cercare di fare le cose in maniera semplice e con molta libertà, perché non mi sono preoccupata di pensare se i pezzi fossero capiti o no, perché ho cercato di parlare ad una specie di “intelligenza emotiva”.

Qual è il messaggio del disco in particolare e quale messaggio vuoi comunicare attraverso la tua musica in generale?

Parto dal’ultima. I messaggi che voglio comunicare tramite la musica sono tantissimi e dipendono dal momento della vita, dal concept album, dal periodo sociale in cui io concepisco la musica, dipende anche dagli avvenimenti dell’attualità, e quasi sempre sono dischi politici, nel senso più squisito del termine, nel senso che sono dischi che presentano una visione del mondo, perché, voglio sottolinearlo, è importante consegnare la propria visione del mondo attraverso la propria arte: lo dovrebbe fare chiunque al di la delle propria professione, perché siamo prima di tutto esseri umani. E la musica fa parte di tutto questo. Nel caso di questo ultimo disco, racconto la preoccupazione riguardo un’apertura globale verso un cambiamento tecnologico che lascia indietro fasce di società che non riescono a partecipare a questo benessere. E mi domando, in tutta questa “modernità”, dov’è l’elemento umano? E ad esempio la pancia di una città (che non è necessariamente il centro ma piuttosto un “luogo diffuso”) è rappresentata dalle fasce più deboli della società, ovvero da persone che vengono lasciate fuori da questi meccanismi di modernità. Quindi bisogna prendersi cura di queste realtà nella visione di un benessere collettivo. La pancia è anche la sede del nostro sistema immunitario ed è da li che partono i cambiamenti, basta pensare ad un essere umano la cui salute dipende da quello che ha in pancia! Questo è il messaggio, guardiamo prima quello che c’è nella pancia, perché in essa risiede il centro focale di un sano sviluppo della persona, ma soprattutto della città e quindi della società.

Ti sei occupata di varie discipline artistiche: storia dell’arte, teatro/televisione e ora musica. Come vivi questi “travasi” discilinari, ovvero bisogna intenderli come fughe o come esplorazioni? C’è qualcosa che accomuna queste tre esperienze?

Non sono mai state delle fughe, ma sono stati degli ascolti. Ad un certo punto ci mettiamo in ascolto del nostro corpo, delle nostre vibrazioni più profonde e capiamo che siamo mossi da curiosità, e tutto quello che ho fatto, l’ho fatto perché c’erano delle necessità interiori. E tutte queste discipline sono figlie di un’unica matrice che è la creatività; quando avevo 25 anni pensavo che tutto questo mi avrebbe fatto impazzire perché ero come governata da questa forma di schizofrenia, mi laureavo in Storia dell’Arte studiando fino al giovedì, poi ne weekend vestivo i panni della rock star e andavo a suonare in Francia per esempio!! In quei momenti non comprendi bene, poi capisci che sono le varie anime che si vogliono esprimere e che sono collegate l’uno all’altra; successivamente capisci che questi sono strumenti, e che la musica (che è stata la mia attivatà più costante nel tempo) può riunire tutte queste cose, perché sul palco io canto e recito, scrivo i miei testi, scrivo la comunicazione, mi occupo dell’immagine del disco, quindi tutto magicamente si ricompone!

Quanto c’è di musica tradizionale somala e quanto di musica “occidentale” in questo disco?

In realtà, in questo disco, più che di tradizione somala, ci sono certe sonorità etiopiche, dovute alle scale pentatoniche che sono caratteristiche di quel luogo geografico; ma anche un certo tipo di blues e la malinconia di certi brani sono legati a quella terra. Quindi di tradizionale c’è questo, ci sono le scale pentatoniche, alcuni giri armonici, c’è la linea vocale che segue certe peculiarità e c’è la lingua amarica e, in minor quantità, la lingua somala, che conosco meglio essendo nata a Mogadiscio.

In alcuni brani come in “Zarraff”ci sono strumenti tradizionali, mentre tutti gli altri con strumenti occidentali: però,ad esempio, la fisarmonica suonata da Fabio Barovero assomiglia molto, a livello espressionistico, a quella di Hailu Mergia, uno storico musicista etiope; oppure la batteria suonata dal nostro Federico Marchesano non segue pattern occidentali bensì le suggestioni di quei luoghi. I nostri musicisti hanno compiuto un lavoro di ricerca espressiva riconducibile all’Etiopia, sia sul cosa suonare, sia sul modo di suonare. Federico Marchesano, proprio nell’ultimo brano, suona il suo contrabbasso come fosse un Masinko, che è uno strumento a corde tipico dell’Etiopia.

Uno dei brani più belli del disco (secondo me) è “Tizita”, un brano profondo e minimale composto da voce solista (giocata sui microtoni della scala pentatonica di Sol mag), contrabbasso “ Zarraf ” è un brano molto ballabile e più diretto, è l’inno del disco. Di cosa parla e qual è il brano a cui sei più affezionata?

Tizita è un brano costruito su una scala tipica dell’Etiopia chiamata Tizita appunto; i musicisti in questo caso hanno improvvisato, mentre io ho cantato una melodia tradizionale. E’ un canto d’amore di una donna disperata legata a un amore lontano. In realtà è una metafora dove risuona il concetto della lontananza anche dal proprio paese di origine. Questa melodia è quella che cantava mia nonna a mia madre, e quando la risentì in questo brano mi coinvolse in un pianto commovente, perché capì quanto potesse essere difficile lasciare i propri affetti e la propria terra.

Il brano a cui sono legata di più invece è “Gabriel” che è una preghiera, un momento spirituale molto forte, ed è il brano che è scaturito dalla mia esperienza teatrale, quando ho messo in scena la storia della mia famiglia nei cinque anni in qui tutto è cambiato, abbiamo lasciato la Somalia e come le perle di una collana ci siamo sparpagliati chi in Etiopia chi in Italia. Inoltre è un brano che adoro cantare.

Ti piace la definizione (o l’etichetta) World Music?

Soltanto se viene applicata anche ai Coldplay (ridiamo), nel senso che se viene accostata a “quelli colorati” che vengono dal continente africano o dal continente asiatico perché non si sa bene dove collocarli no, perché diventa un ghetto culturale che non ha senso. Nell’accezione comune world music ormai è una deriva dove c’è dentro tutto, ma che in realtà aiuta più i commesso del negozio di dischi. Questa visione enciclopedica volta alla catalogazione può essere giusta, ma alla fine siamo sempre esseri umani.

Quanto è importante la collaborazione con Fabio Barovero?

Lui mi ha aiutato a sperimentare e a ricercare. Prima cantavo in inglese, poi un giorno del 2006 mi esortò a scrivere un brano attinto alle mie orgini e quindi in somalo. Io tornai a casa e ci pensai; così scrissi il primo brano. Quando tornai per registrarlo ci spaventammo tutt’e due perchè capimmo che li c’era qualcosa. Lui è un visionario, attraverso la musica riesce a vedere scenari, e non a caso lavora per il teatro, per il cinema, per la radio, e io gli sono molto grata perché mi ha insegnato moltissime cose e mi ha aperto delle strade che magari io non vedevo.

In quale paese stai avendo maggior riscortro tra pubblico e critica?

Quando il mio discografico ascoltò il disco disse “Mi piace moltissimo; siamo nei guai!”, perché credeva che non avremmo venduto, ma siccome io voglio fare quello che mi piace, lo convinsi a portare avanti il progetto, anche se difficile perché è un lavoro non tendente al pop. E devo dire che i risultati si sono fatti sentire da subito in Nord Europa, da cui sono venute belle recensioni ed è entrato in importanti playlist; soprattutto in Olanda mi sono resa conto che i critici conoscevano le matrici culturali e citavano degli artisti Etiopi ai quali noi ci siamo anche ispirati. In Italia c’è un’accoglienza calorosa il valore di disco viene riconosciuto. La vera scommessa, però, è portare questa musica al grande pubblico, magari non sarò io, ma comunque sarà un processo avviato.

L’Italia è stata protagonista dell’ A.F.I.S. (Amministrazione Fiduciaria Italiana della Solamalia) dall 1950 al 1960. Che rapporto c’è attualmente tra Somalia e Italia e che pensi dell’attuale situazione migratoria?

Non è stata lì solo quegli anni; durante gli anni ’80 ancora arrivavano finanziamenti dall’Italia, adesso credo siano scemati e che la Somalia abbia più contatti con i paesi arabi e l’oriente. Quello che ho rilevato è che i somali si sono sentii un po’ traditi. Esistono svariate migliaia di persone nate dall’incontro di italiani e somali o italiani ed etiopi. Sono storie che non sono abbastanza raccontate, perché in fondo l’Italia ha avuto un importante ruolo coloniale in Somalia. Molti anziani somali parlano italiano, fino a poco tempo fa i documenti venivano redatti in italiano e ancora oggi alcune insegne di negozi sono scritte in italiano. Quindi c’è un sentimento di abbandono e tradimento, perché l’Italia è anche responsabile di alcune situazioni e adesso non può lavarsene le mani. Veebe, ma questa è la Storia, e va raccontata attraverso la musica, i documentari e le testimonianze dirette.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ovviamente promuovere il disco con una serie di concerti già programmati, come ad esempio il 29 ottobre al Monk a Roma, il 3 dicempre a Londra e il prossimo anno un tour in Etiopia. In contemporanea finirò la mia opera letteraria che ho lasciato da parte provvisoriamente per il teatro, e infine ancora tanta musica, perché quando ti muovi conosci persone nuove con cui hai voglia di collaborare, e io ho conosciuto tanti musicisti con i quali vorrei suonare.

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