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Sabaton: il richiamo degli eroi

Un fiero svedese, un bassista di musica metal, un severo professionista: tutto questo è Pär Sundström, anima profonda della power metal band Sabaton. L’opportunità per l’intervista è la presentazione di “Heroes”, primo disco in studio dopo lo sconvolgimento avvenuto all’interno della formazione nel 2012. Due soli membri sono rimasti, ma è chiaro oggi come fossero loro lo zoccolo durissimo del gruppo.

Ciao Pär e benvenuto su LoudVision. L’artwork di “Heroes” si candida come il più dinamico della vostra carriera. Avete chiesto l’aiuto di un nuovo disegnatore?
Ciao. Dunque, il disegnatore è Péter Sallai, lo stesso artista che si era occupato del secondo artwork di “Carolus Rex”, quello con un cavaliere svedese all’attacco. Volevamo qualcosa di emozionante e che facesse pensare agli eroi e, appena abbiamo visto la bozza, siamo rimasti a bocca aperta.

E chi sarebbero questi eroi? Non ci sono nomi nei titoli delle canzoni.
Sono diversi, da singoli individui a intere unità: belgi, finlandesi, brasiliani, statunitensi, tedeschi e altri ancora. Sono le nazioni le cui bandiere si possono vedere sulla seconda copertina di “Heroes”. Di quell’artwork era uscita una versione con bandiere diverse, decise dal disegnatore, ancora prima che le canzoni fossero scritte. Lo scopo iniziale di questa prima copertina era di fare parlare la gente di cosa potesse significare, lasciar volare un po’ l’immaginazione.

I Sabaton non mancano mai l’appuntamento con un album ogni due anni: lavorate assai rapidamente in studio.
Certo, ma il fatto è che lavoriamo come una band e questa è la sola cosa che facciamo. È così che possiamo fare tutti quei concerti e allo stesso tempo produrre nuovi dischi. Siamo disciplinati, non facciamo casini, assolutamente seri sul lavoro.

Quale tipo di ricerca viene effettuata per elaborare i testi delle canzone?
Dipende da quale canzone si tratta, per alcune è semplice trovare informazioni. Non sto parlando tanto di Wikipedia ma, per la canzone “To Hell And Back” per esempio, l’argomento è Audie Murphy e su di lui si trova un sacco di materiale. Quando però abbiamo voluto scrivere “Smoking Snakes” non c’era nulla: si è dovuto cercare qualcuno che parlasse portoghese – un fan, tra l’altro lo stesso che se ne è uscito con l’idea per la canzone –, che traducesse per noi e ci inviasse il materiale.

Quale canzone consideri la più “pesante” tra quelle nuove?
“Inmate 4859″ è al più pesante e, probabilmente, anche la più oscura che i Sabaton abbiano mai scritto, per quanto lenta. Nel registrare questo album, sotto molti punti di vista, non avevamo limitazioni. Per esempio: per suonare quella canzone c’era bisogno di due chitarre a sette corde e, anziché fare retromarcia su questa scelta – Thobbe non suonava sette corde –, si è deciso di tenerla non solo in studio ma anche on stage.
[PAGEBREAK] Quali sono le guerre o le battaglie alla base di “Heroes”?
Tutte le canzone sono ispirate ai fatti della seconda guerra mondiale. Volevamo ritornare su quel periodo storico perché – ovviamente – è emozionante e nel contempo ricco di fonti. Andando a ritroso nella storia si possono trovare moltissimi eventi interessanti, ma si è costretti a confrontarsi con miti e leggende. Il film “300”, per esempio, era praticamente un’opera di fantasia a livello di fonti. Scrivendo di “Carolus Rex” ci eravamo dovuti confrontare con uno storico specializzato sul tema per avere aiuto, anche se si trattava del nostro re. Per la guerra mondiale c’è invece tanto materiale e si tratta generalmente di fatti assodati.

I nuovi membri della band hanno dato un contributo in studio per la stesura di “Heroes”?
Ci sono due canzoni nel disco di cui Thobbe (Thorbjörn Englund, ndr) è coautore. È questa una cosa mai accaduta in precedenza all’interno dei Sabaton – Joakim è sempre stato autore unico. Ora che ci sono nuove persone che scrivono all’interno del gruppo, l’intenzione è quella di ripetere l’esperienza in futuro, anche se questa volta ha richiesto tempo. Sarebbe bello che tutti potessero dare il proprio contributo: prima avevamo un solo studio e ora altri tre, così che ognuno può lavorare e scrivere brani ogni giorno.

Darai anche te un contributo in questo senso?
Io non concorro un granché alla scrittura della musica, Joakim è molto più bravo di me e di lui mi fido. Mi occupo di altre faccende.

Vorresti mettere in evidenza qualche dettaglio che rende il nuovo disco, per qualche sfumatura, diverso dai precedenti?
Non ci sono più assoli di tastiera, dei quali si era sempre occupato Daniel (Daniel Mÿhr, attualmente nei Civil War ndr). Penso inoltre si possa notare una certa freschezza: avevamo molta pressione addosso a causa del fatto che il disco precedente aveva fissato uno standard per i Sabaton. Così ci siamo chiariti l’un l’altro che ognuna delle nuove canzoni avrebbe dovuto suonare ben diversa dall’altra. Non è stato affatto facile fare dieci pezzi tutti diversi per lo stesso disco.

Avete l’abitudine di scrivere le canzoni in studio?
No, si arriva in studio con gran parte della struttura dei brani già pronta, con tanto di linee vocali e di batteria, molto vicini al prodotto finito. Questo non vale per i testi, che invece si scrivono in studio.

I tour dei Sabaton sono frequenti e intensi. Quali regole osservate per rimanere lucidi durante questi periodi?
Non bere, o almeno non bere troppo, e bere in qualche occasione. Penso che si debba amare la vita; molti artisti si lamentano che sia noioso viaggiare e stare ad attendere nei backstage, amano solo suonare. Questo secondo me non è un buon approccio, a me piace tutto: fare le interviste, guardare la band spalla, incontrare i fan, vendere le magliette, tutto. Sono in grado di affrontare i tour che facciamo per questo motivo.

Hai dato un ascolto al primo album dei Civil War?
Certamente. Ci vediamo spesso con gli ex membri, compatibilmente con la nostra presenza in città. Sono anche andato a un loro concerto.

Avevi considerato la possibilità di sciogliere i Sabaton dopo il grave split del 2012?
Diciamo che, in quel periodo, io e Joakim eravamo dell’idea di terminare il disco e non pensare a nient’altro. Se c’era da affondare, saremmo affondati con un grande album. Si è rivelato essere davvero un grande lavoro: a quel punto ci siamo concentrati sul suonarlo e abbiamo fatto la scelta giusta.

Quali sono i primi appuntamenti della band dopo la pubblicazione del disco?
Zero vacanze. Finito il tour europeo per le interviste andremo a casa a cambiarci i vestiti e poi via, verso l’America per quattro settimane di concerti. Seguirà quindi un tour promozionale nella sola Svezia e, dopodiché, inizierà la stagione dei festival estivi: da lì in poi abbiamo già un sacco di date impegnate per i concerti.

Avete avuto occasione di dare un’occhiata a Milano al di fuori dei vostri concerti in Italia?
Ieri sera io e Joakim abbiamo preso qualche birra e le abbiamo bevute seduti davanti al Duomo, è stato molto piacevole. Eravamo stati qui un sacco di volte – band spalla di Edguy, Therion e Hammerfall – ma non avevamo mai visto nulla della città.

Hai una famiglia?
No.

Pensi che costituirebbe un problema per l’attività dei Sabaton?
Non c’è dubbio. Non dico che non si possa avere una famiglia e suonare in una band, ma il modo in cui io mi applico alle cose prevede una concentrazione del 100% in una sola cosa, non posso scindere la mia attenzione tra faccende tanto diverse. Il problema non è viaggiare, è la mia filosofia di vita che non è conciliabile. Se mai dovessi iniziare una relazione in futuro, prima mi premurerei di accertarmi che la band ce la possa fare senza di me. Per ora sono il manager del gruppo e lo sono stato sin dal primo giorno, un sacco di cose buone non ci sarebbero capitate se avessi dedicato il mio tempo anche ad altro. Già faccio fatica a esercitarmi a sufficienza col basso, tra telefonate e lavoro al computer.

Quale band sogni di avere come spalla ai vostri concerti?
I finlandesi Battle Beast: ottima band e persone simpatiche.

(Passa accanto il cantante, Joakim Brodén, ndr) Joakim! Una domanda: quando è “nata” la tua uniforme da palcoscenico, con occhiali neri e simil-corazza?
Non era una cosa pianificata: dovevamo girare il video di “Attero Dominatus” e abbiamo concordato di vestirci tutti uguali con una specie di mimetica cittadina, dato che era un abbigliamento in linea con l’ambientazione. Io possedevo questo finto “six-pack” – quello vero è annegato nella birra – che avevo comprato tempo prima a Londra durante un tour. Così l’ho indossato per divertimento. Quello che è successo è che tutti quanti videro il video rimasero positivamente colpiti da quel look, che pertanto è rimasto. Gli occhiali da sole sul palco erano già un’abitudine.

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