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La Saga continua

Con l’ingresso del nuovo cantante, Rob Moratti, in sostituzione del carismatico Michael Sadler, ci saremmo aspettati che le maggiori novità del ventesimo album dei Saga sarebbero arrivate proprio dal microfono.
Non è così!
Ad emergere è invece, ancora una volta, una delle principali caratteristiche della band di prog rock, motivo per cui i canadesi riescono ancora a rimanere sulla cresta dell’onda: il trasformismo.

Giocano a spaventarci.
La prima traccia è un motivo quasi integralmente strumentale, dove la voce del nuovo entrato appare solo marginalmente, in versione sintetica: un sottofondo improprio e computerizzato. Chissà se ce la farà…

Pericolo scampato.
Melodie sempre azzeccate rendono giustizia al nuovo timbro, che a volte si cimenta in un prog classico alla Genesis, a tratti spigoloso e ossessivo, a tratti più elastico; altre si impegna in invenzioni areose e mainstream, AOR oriented, più simili alla sua band di provenienza.

Musicalmente vario.
Perché non ci sono tracce particolarmente lunghe, né si avverte staticità nelle composizioni.

E fresco, allo stesso tempo.
Perché è una genuina modernità a prevalere anche sul trade mark della band, a tutti ormai già noto.

Ma indubbiamente controverso.
Se, infatti, da un lato l’album scivola gradevolmente, dall’altro manca di quel music-appeal, frutto anche della complessità, che aveva caratterizzato le migliori uscite dei Saga. E qui, il pericolo di quel famoso trasformismo. Con la componente progressive notevolmente ridimensionata per via di un approccio che vuol esser invece immediato e diretto alla “canzone”, la nuova vena sperimentale sta al proprio passato come i Genesis di Collins a quelli di Gabriel.

E questo potrebbe segnare una nuova era di composizioni. Pardon… una nuova saga!

Morbido. Ecco l’aggettivo azzeccato per questo lavoro. Comodo come un materasso ad acqua: non insegna, non corregge, non disturba, non impressiona. Si conforma. Tutto qua. E lo fa con stile: così come dovrebbe ogni buon album di melodic rock.
Allora, forse ci sarebbe da criticare solo chi non riesce a divertirsi con album così semplici e improvvisati come questo.

Pro

Contro

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