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Sai cos’hanno in comune un corvo e una scrivania?

“Stranissimissimo” disse Alice, risucchiata da un tornado che la fece precipitare addosso a una strega di nome Jack, con la faccia da scheletro.
No, non stavo dormendo durante il film, ma sto parlando di fantasia. Già, perché quando si tratta di Tim Burton, si parla di Fantasia con la F maiuscola.
Il regista non ne sbaglia (quasi) mai una: che si tratti di un barbiere psicopatico, dell’eccentrico proprietario di una fabbrica di dolci o del re del paese di Halloween, le scelte di Burton si rivelano sempre azzeccate, a cominciare dal team di attori che lo affiancano fedelmente, prima fra tutti la moglie, Helena Bonham-Carter, e il feticcio Johnny Depp che diventa un Cappellaio Matto vestito in puro stile Vivienne Westwood/Ozzy Osbourne, e il mostro sacro Christopher Lee, inconfondibile anche quando presta la voce ad un disegno animato (“La sposa cadavere”) o ad un drago feroce.

Ma il successo di Burton si deve anche ai temi trattati: la ricerca della propria identità attraverso un viaggio in un mondo fantastico (che talvolta ha le connotazioni di una discesa agli inferi) ma che si rivelerà catartico. Ritrovare la sua “moltezza” che si è affievolita con gli anni: “Chi sei tu”, si chiede la protagonista, e le chiede il Brucaliffo, e la scoperta del proprio io cambierà radicalmente la vita di una Alice ormai adolescente, che torna al Sottomondo dopo dieci anni di assenza e senza ricordare nulla di quel magico universo.

Analogamente a “The Chocolate Factory”, “Alice In Wonderland” non è un adattamento filmico del libro ma una riscrittura in chiave meno infantile, in cui mancano alcuni celebri episodi, per concentrarsi sull’interiorità della protagonista, sul suo difficile e fumoso passaggio dall’infanzia alla vita adulta. È una tematica da romanzo di formazione che forse era stato solo suggerita da Lewis Carroll e che molti adattamenti filmici trascurano. Qui, l’idea della trasformazione del corpo e della psiche è preponderante e sottolineata anche dalla tecnica del 3D, che permette allo spettatore di rivivere direttamente i continui cambiamenti della protagonista, come la scena geniale in cui una minuscola Alice si vede confezionare un abito su misura dal Cappellaio, mentre è nascosta in una teiera.

L’Alice di Burton è insomma più moderna ma anche profondamente vittoriana, e si confronta con tematiche importanti, quali la politica e l’ingresso delle donne nel mondo degli affari. Gli abitanti del Sottomondo cospirano contro la malvagia Regina Rossa per restituire il trono all’eterea ma inquietante Regina Bianca, scambiandosi parole in codice e complicate filastrocche degne di membri della massoneria. E infatti l’uso sapiente del linguaggio (sottolineato da un eccellente lavoro di doppiaggio) alza il livello culturale del film per avvicinarlo ai celebri nonsense di Carroll, così come le immagini sulla pergamena dell’oracolo che richiamano i disegni di Lord Tenniel, il più celebre illustratore di Alice.

E così, la versione di Tim Burton esce dai confini del film fantastico per diventare (o tornare ad essere) una soave riflessione sul senso della vita, che, in fondo, “..è una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furia, senza senso” (Shakespeare, Macbeth).

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