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Salone del Libro di Torino, la 26esima edizione

Una fetta di millefoglie e vino per tutti i partecipanti. Ospiti, giornalisti, pubblico, e tutti i pilastri dell’organizzazione riuniti per festeggiare.

Sono le 19.30 e si attende, in diretta nello Spazio Rai, il taglio della torta che segna la conclusione della ventiseiesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Sembra ieri quando, giovedì 16, lunghe file di persone e di giornalisti provenienti da ogni parte d’Italia, in attesa dell’accredito, hanno iniziato a popolare i corridoi e i padiglioni del Salone. Un’iniziativa che ha radunato appassionati di letteratura e cultura da ogni parte d’Italia e non solo. Un progetto mirato a unificare i cittadini del mondo, insieme per condividere l’un l’altro gli incontri e gli scontri con i propri idoli, protagonisti di quel grande universo quale l’informazione e la letteratura.

Anche quest’anno il Salone ha abbracciato l’iniziativa DigiLab, rivolta ai giovani lettori e che già l’anno scorso aveva riscosso un buon successo: un modo per spronare la fantasia dei più piccoli, rendendoli in grado di diventare loro stessi autori delle storie e, nel frattempo, permettendo loro di approcciarsi alla letteratura digitale, in compagnia dei personaggi più amati. Il Padiglione 5, completamente adibito all’area giovani, è stato luogo di culto e di gioco, oltre che di vari appuntamenti formativi. Molti gli stand pieni di libri per i più piccoli che hanno dato quel tocco di colore in più alla sala.

Dal padiglione 1 al padiglione 3, invece, infinite le schiere di stand delle case editrici finalizzati alla mostra e vendita di libri di ogni genere. Insomma abbastanza libri per soddisfare tutti i grandi e piccoli lettori, a seconda del proprio gusto personale.

A intrattenere il pubblico durante i pomeriggi del Salone, l’appuntamento fisso con lo spazio musicale del programma “Alza il volume Rai“. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Paolo Benvegnù che, con il suo stile eccezionale da uomo di altri tempi, si è presentato con un baciamano (facendo arrossire la collaboratrice, ovvero io). Leggi qui l’intervista.

Quest’anno il Salone ha aperto le porte al Cile, Paese ospite d’onore. Uno spazio adibito con stand mirati all’esposizione del materiale della Fondazione Pablo Neruda di Santiago del Chile, l’istituzione culturale che cura testimonianze, lettere, libri legati al soggiorno del poeta cileno in Italia. Nello Spazio Chile sono state esposte anche le fotografie e le lettere, messe a disposizione dalla Biblioteca nazionale cilena, della grande poetessa Gabriela Mistral, prima donna latinoamericana a vincere il Premio Nobel nel 1945, anche lei vissuta una decina d’anni in Italia. I posti tutti occupati mostrano un grande interesse nei confronti della letteratura cilena, dove sono state messe a disposizione del pubblico ascoltatore, italiano e non, le cuffie audio per la traduzione della lingua. Il tutto facilitato anche grazie alla presenza di un equipe di ragazzi sempre pronti ad assistere gli ospiti.

File immense fuori le grandi sale: l’Auditorium, la sala 500, la sala Gialla. Un’attesa quasi sempre durata un’ora o giù di lì, aspettando con ansia di poter “incontrare”, ascoltare e conoscere il proprio scrittore, giornalista e musicista preferito, pazientando per una sua firma sul libro appena acquistato. Un Salone che ha ospitato personalità di ogni genere: dal comico al musicista, dallo scrittore al giornalista.

La fila del giovedì è per Luis Sepulveda, scrittore e giornalista cileno che racconta alcuni frammenti della sua vita ed esprime il suo parere sulla politica in carica. «Sono tempi difficili» sostiene Sepulveda, ma «i giovani non hanno perso la speranza. Credo che abbiano abbastanza sapienza per capire. Inoltre, dimostrano che la strada della violenza non è la più giusta. Danno parecchia importanza alla parola».

Nel tardo pomeriggio di venerdì si prepara la sala azzurra per Stefano Benni. Lo scrittore esordisce raccontando alcune storie accompagnate da quel sottile strato di ironia che lo contraddistingue, rendendo l’atmosfera più familiare e suscitando un’interattività con il pubblico.

Il sabato del Salone ospita all’Auditorium il trio vincente della giornata: David Grossman, Vinicio Capossela e Francesco De Gregori.

Grande ospite di quest’anno David Grossman, uno dei maggiori scrittori del nostro tempo a Torino con il romanzo “Caduto fuori dal tempo“. Lo scrittore si lascia andare a momenti di profonda confessione con il pubblico: «Io comprendo la mia vita solo quando scrivo. Noi siamo coloro che riceviamo le informazioni che scriviamo».
«La catastrofe che mi ha colpito – continua Grossman — poteva trasformarmi in pietra, soffocando la mia anima. La libertà di esprimere la catastrofe con le mie parole è stato un modo per ribellarmi, per non rimanere paralizzato. Scrivere il libro mi ha aiutato ad andare oltre il timore del lutto (la morte del figlio, ndr). Il primo istinto che abbiamo è quello di proteggerci dal dolore che proviamo. Ma io non volevo essere protetto». Al termine dell’incontro lo scrittore israeliano legge un pezzo del libro in ebraico (gli piace molto – confessa), poi si alza in piedi davanti i forti applausi degli spettatori e li saluta quasi commosso.

C’è chi rinuncia alla pausa pranzo in attesa di Vinicio Capossela. Si riempie così la sala. Nelle prime file le fan che applaudono più volte il musicista per le sue battute. Capossela presenta il suo libro “La mia Grecia“, ma confessa che non vi è alcun legame tra il libro e il disco. Ci parla di “debito personale”, quello che lui ha nei confronti della drammatica crisi economica che sta vivendo il Paese negli ultimi anni. Vinicio ci confida che ha avuto sempre la vocazione di annotare, nel corso degli anni, alcune frasi, pensieri, ascoltati da diverse persone incontrate nel corso del cammino della sua vita. Per lui fare musica «è un modo per parlare dell’uomo».

Arriva poi il turno di Francesco De Gregori che recita il libro “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad. Il cantante ci fornisce una sua personale definizione di “potere” del libro: «Il libro è un arricchimento. Tutti i libri che leggiamo entrano a far parte della nostra biografia». Un De Gregori ormai maturo. Il tempo del “Rimmel” è finito da un po’, ma ha lasciato spazio ad altre sue “canzoni”, non “poesie” (come molti gli direbbero). «Le mie canzoni non sono poesie. Mi farebbero più un complimento se mi dicessero che sono un bravo cantante».
«Spesso sono andato a cena con amici poeti – continua De Gregori — ma non si sono mai sognati di dirmi che scrivo poesie. Come io non mi sognerei mai di dire loro che scrivono canzoni (sorride)».

Una performance bellissima e simbolica quella nella serata di sabato 18, che ha portato in scena, in occasione della sua presentazione, alcuni racconti dal libro di Serena Dandini “Ferite a morte“, il cui tema è il tanto discusso femminicidio. Entrano in sala vestite di nero e ornate di rosso, otto donne (Daria Bignardi, Lella Costa, Concita De Gregorio, Chiara Gamberale, Maura Misiti, Germana Pasquero, Barbara Stefanelli), ciascuna delle quali avanza a turno sul palco recitando una lettura dal libro.

A inaugurare l’ultimo giorno del Salone il ministro per l’integrazione Cecile Kyenge, arrivata qualche ora prima per gustarsi un po’ l’aria della fiera, girando per gli stand e facendosi conoscere al pubblico. Cecile è stata chiamata sul palco dello stand “Lingua madre”, per la premiazione dei vincitori del concorso letterario. La ministra affronta poi un discorso improntato su quello che lei chiama “ministero dell’interazione” più che dell’ “integrazione”. «La mia vita è fatta di cammino, mescolandomi tra la gente. Io sono sempre stata, e mi vedo ancora, dall’altra parte», dice indicando il lato dove siede il pubblico.

Ultime ore al Salone. Sono le 18:00 e nell’Arena Bookstock ha luogo una conferenza stampa di chiusura durante la quale vengono tirate giù le considerazioni generali. Si invitano gli ospiti a festeggiare insieme per chiudere in bellezza il Salone. Gli ultimi minuti ancora in compagnia, poi appuntamento al maggio del 2014 per una nuova avventura, aspettando di riassaporare il sapore della prossima ventata di cultura e, magari, di un’altra fetta di torta.

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