Home > Rubriche > Eventi > Salvatores porta in Russia l’epica leoniana

Salvatores porta in Russia l’epica leoniana

Davvero una scommessa l’ultima pellicola di Gabriele Salvatores, in uscita nelle sale il 28 febbraio. Scommessa produttiva, perché il ritorno ad un’esperienza di coproduzione europea sul modello in voga trenta/quarant’anni fa (soprattutto con collaborazioni italo-francesi) è il tentativo di uscire da logiche nazionali e localisticamente connotate per cercare storie (e mercati) di più ampio respiro. Scommessa narrativa, perché il romanzo di Nicolai Lilin da cui il film è tratto è quanto di più lontano dal cinema di Salvatores e dalla scrittura di Rulli e Petraglia così come siamo abituati ad immaginarceli. “Educazione siberiana” non è una commedia, non è un film politico ma, attenzione, non è nemmeno un film di genere, come il trailer e alcuni articoli di presentazione potrebbero far credere. È un romanzo di formazione, ambientato in un luogo e permeato di una cultura a noi totalmente “alieni”.

Kolima e Gagarin sono amici per la pelle fin dall’infanzia, vivono a Fiume Basso, località russa dove il governo stalinista aveva confinato tutta la malavita estirpata in giro per l’Unione Sovietica, quindi in una sorta di ghetto. Nonno Kuzja, interpretato da un serafico John Malkovich, inizia i ragazzi alle regole della gang siberiana di cui fanno parte, enucleando un codice d’onore dal fascino malsano. Kolima vi rimarrà fedele fino alle estreme conseguenze, mentre per Gagarin il destino sarà diverso, fino a una resa dei conti dalla scenografia intimista ma dagli echi western.
Perfino il produttore Riccardo Tozzi ci ha scherzato su: «Chiamatelo Once Upon a Time in Siberia». Ma se il soggetto può sembrare simile, la realizzazione è completamente diversa.

Salvatores tiene a sottolineare una cosa, ribadita più volte nel giro di domande dell’affollatissima conferenza stampa: «Che i maestri siano buoni o cattivi, l’importante è che ci siano. Anche solo per dare ai loro allievi la possibilità di confrontarsi, di prendersi la responsabilità di dire che una cosa è bianca e l’altra è nera, anche se poi non è proprio così, anche se poi si finirà smentiti». E questo ci aiuta a entrare nel cuore del film, la complessità e la contraddittorietà di un processo educativo, qualunque esso sia.

“Educazione siberiana” si svolge in tre periodi temporali nell’arco di dieci anni, una decade fondamentale per la Russia, quella che va dalla fine degli anni Ottanta alla fine dei Novanta, con annessa la caduta del muro di Berlino, delle ideologie, e la ridefinizione di ogni rapporto di potere. La Storia con la S maiuscola entra lateralmente nel percorso dei nostri due protagonisti, ma la comunità di Fiume Basso è sineddoche di una società, di una cultura, di un intero mondo in disfacimento e in via di ridefinizione.

L’amicizia virile dei due protagonisti s’inserisce nel solco dell’epopea western (seppur in salsa “eastern”) e viene raccontata citando anche il buon cinema del passato: si pensi all’incontro dei ragazzi siberiani con un’altra gang perché “fuori zona”, chiaro rimando alla New York de “I guerrieri della notte” di Walter Hill.
[PAGEBREAK] Il cattivo maestro in questione è John Malkovich, anch’egli presente in conferenza stampa ma assai svogliato: si limita ad affermare di essere sempre stato un lettore di letteratura russa, che il ruolo non era da creare ma solo da interpretare perché il personaggio era completamente definito in sceneggiatura, e che alcune scene sono state davvero difficili da rendere al meglio. Non è semplice da valutare la prova attoriale di Malkovich nel film: riesce a scomparire perfettamente dietro al personaggio del nonno, alla seconda scena hai già dimenticato il suo status di star, e questo è bene. Però non riesce nemmeno a personalizzare e a connotare il suo boss mafioso russo, e viene da pensare che tanti altri attori meno pagati avrebbero dato lo stesso apporto. Ma il nome serve per vendere il film nel mondo, quindi bene così, se Cattleya è contenta, contenti tutti.

Ad un materiale letterario già molto cinematografico, Salvatores ha aggiunto un paio di scene di forte impatto, inventate totalmente ex novo, come da lui stesso confessato. Una è la detenzione di Kolima in una prigione a metà tra un lager nazista e la tana delle anime perdute dell’ultimo Batman di Nolan, un luogo inizialmente inquietante che diventa una società socialista forzata, dove l’unico bene di scambio è la propria capacità manuale, con un parossistico affollamento di corpi laceri e sporchi, e un buco centrale nel soffitto da dove entrano perennemente un raggio di luce e alcuni sporadici fiocchi di neve: questo è cinema, signori.

La seconda è un giro su una giostra, sotto la neve e tra palazzi in disfacimento, una giostra che i nostri protagonisti non avevano mai visto, l’arrivo del capitalismo oltre cortina, l’ultimo momento d’innocenza prima della disillusione, il tutto accompagnato dalla musica di David Bowie.

A questo è legato un episodio della conferenza stampa che va raccontato.
Il cuore simbolico del film è una leggenda che nonno Kuzja racconta al nipote, e che ha per protagonisti un branco di lupi e, soprattutto, il vecchio capobranco e uno dei lupi più giovani. Non voglio dirvi di più, anche perché a tutto questo è legato un ribaltamento di ruoli nel finale che è necessario non rivelare. Vi dico solo che visto che si parla di siberiani, la razza husky, incrocio tra cane e lupo, ha una particolarità: il capobranco ha gli occhi di colore diverso, uno azzurro e uno verde, proprio come Bowie che accompagna una delle scene madri.
Ho chiesto a Salvatores se la scelta di Bowie per la canzone fosse dovuta a questo aspetto: il regista, pur rispondendomi di no, con gli occhi luminosi e contento come un bambino mi ha detto: «Non è stata una scelta cosciente ma adesso che me lo fai notare chissà, che meraviglia, questo è il bello del cinema, che un critico o uno spettatore riesca a vedere cose che neanche l’autore stesso è riuscito a vedere». Ed è andato via rincorrendo Rulli e Petraglia per raccontargli questa cosa: è stata una piccolissima soddisfazione personale.

Concludendo, consiglio di andare a vedere al cinema “Educazione siberiana”. È un film tutt’altro che perfetto, affastella temi uno sull’altro (si parla anche di disabilità mentale, ma ho volutamente tralasciato di occuparmene), ogni tanto ha delle cadute di tono. Ma trasuda da ogni scena l’amore per il cinema del regista più eclettico che abbiamo forse oggi in Italia, è il tentativo di raccontare storie internazionali attraverso il filtro dei generi cinematografici codificati. Il cinema italiano deve affrancarsi dalla commedia pecoreccia come dalla presunta autorialità ombelicale: questo è un tentativo imperfetto ma interessante, che merita di essere premiato.

Scroll To Top