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  • Sam Paglia: Electric Happiness

    Sam Paglia

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Quando l’esuberanza diventa stancante

Se il titolo del quinto disco di Sam Paglia non fosse già abbastanza eloquente, basterebbero i primi secondi dell’opener, “Vespa Soul”, per capire che questo è un lavoro di ottimismo assoluto. È una canzone leggera, ariosa, semplice e davvero irritante. Fortunatamente quest’allegria, che è più o meno costante per tutto l’album, si accompagna a una costanza nella qualità del suonare. Comunque, anche se non mancano momenti gradevoli, di eccitante c’è poco, e a lungo andare l’esuberanza di Paglia diventa stancante.

Il problema è che Paglia tocca tanti generi diversi senza provare abbastanza ad approfondire. Il risultato è che spesso i pezzi sembrano parodie di se stesssi. Ci sono comunque occasioni in cui la sua energia così gaia riesce ad evitare il kitsch. “Unkamunka Walk” è una celebrazione dell’organo Hammond, lo strumento principale di Paglia, e riusciamo a partecipare volontieri al suo entusiasmo. È difficile resistere alla gioiosa “Electric Happiness”, con la sua melodia contagiosa. Ma l’unico pezzo che dimostra il vero potenziale di Paglia è l’eccellente “Wandrè”, che accenna al mitico Duke Pearson, pianista jazz americano, e a Mulatu Astatké, il grande compositore etiope.

È un peccato che Paglia non sappia sfruttare fino in fondo questa vena. Invece troppa iperattività alla fine nuoce all’album. Per quanto “Electric Happiness” sia eclettico, nel suo umore complessivo l’album manca di un’autentica varietà.

Paglia è un musicista ovviamente dotato e ambizioso che riesce spesso a trovare delle melodie memorabili, ma “Electric Happiness” dà invece l’immagine di un comico che suona motivi allegri con un sorriso sfacciato su un varietà degli anni settanta: divertente, forse, ma niente di più.

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Contro

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