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Sangue, lavoro e disinformazione

«Contro di loro la minoranza della terra urla, arresta, respinge. Finanzia confini, campi, dittature. Diffonde paure e raccoglie consensi. Protegge con la forza la propria posizione, traccia con il potere il proprio orizzonte. Non per espellere, ma per sfruttare»: loro sono gli immigrati africani protagonisti di “Il Sangue Verde“, il documentario di Andrea Segre presentato alla 67. Mostra del Cinema di Venezia nell’ambito delle Giornate degli Autori, ma soprattutto i protagonisti delle manifestazioni di protesta esplose a Rosarno, in Calabria, lo scorso gennaio. Il film di Segre – realizzato con il patrocinio della sezione italiana di Amnesty International – raccoglie le testimonianze dirette dei braccianti agricoli africani, sfruttati e costretti a vivere in condizioni disumane, per poi porle a confronto con la storia della terra calabrese, di una società, di un’economia e di un’agricoltura progressivamente infettate e rovinate dall’egemonia della ‘ndrangheta.
Da sempre impegnato non solo in campo cinematografico ma anche in progetti di solidarietà internazionale, Andrea Segre ha fatto parte dal 2000 al 2006 dell’ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà per il quale ha seguito progetti e missioni in Albania, Kosovo, Bosnia, Iraq, Moldova e Tunisia: da lì è nato il gruppo ZaLab con il quale è stato realizzato anche “Il Sangue Verde”; lo abbiamo incontrato per conoscere la genesi del film e le motivazioni che l’hanno spinto a porsi in ascolto degli immigrati di Rosarno.

Come è nato il progetto? Come avete lavorato per raccogliere le testimonianze dei vostri protagonisti?
Lavoro sul tema dell’immigrazione da diversi anni: inizialmente mi sono dedicato all’immigrazione dall’Europa dell’Est e successivamente a quella africana; tra l’altro, nel 2008 ho girato “Come Un uomo Sulla Terra” (che raccontava il terribile viaggio attraverso la Libia affrontato da un giovane etiope per raggiungere l’Italia), perciò ero già in contatto con diverse persone che poi sono finite in “Il Sangue Verde”. Dopo i fatti di Rosarno, ho contattato anche alcune associazioni di volontariato che operano nella zona e insieme abbiamo domandato a questi ragazzi di raccontarci, a distanza di poche settimane, ciò che avevano vissuto: abbiamo incontrato una grande disponibilità, dovuta ad una forte urgenza di raccontare il proprio punto di vista. Le riprese sono durate due settimane, spesso procedevamo in maniera improvvisata; abbiamo realizzato il documentario grazie allo ZaLab – un piccolo gruppo di registi impegnati nella realizzazione di documentari e laboratori video in Italia e all’estero – ma anche grazie al sostegno della Rai, della Aeternam Films (una casa di produzione francese), della Jole Film di Marco Paolini e all’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico che ha fornito le immagini di repertorio sul lavoro agricolo nella Calabria del dopoguerra.

Il documentario racconta non solo le storie personali degli intervistati ma anche la storia di una terra, la Calabria, e del lavoro agricolo che su questa terra è nato ed è profondamente cambiato nel corso del tempo, soprattutto a causa delle interferenze delle ‘ndrangheta.
A me interessava soprattutto raccontare l’esperienza di lavoro di queste persone, perciò perché non riproporre anche vecchie immagini di repertorio che aiutassero a riportare alla memoria il nostro passato? Il centro del film è proprio il confronto tra chi lavora oggi e chi lavorava ieri: ormai non siamo più in grado di riconoscere nelle fatiche dei lavoratori stranieri, le nostre fatiche e quelle dei nostri padri. Se ci fosse più consapevolezza del legame tra passato e presente, ci sarebbe anche meno aggressività razzista.

Quali musiche sono state usate e come le avete abbinate alle immagini?
Una parte delle musiche è stata composta dalla Piccola Bottega Baltazar, una formazione musicale di Padova; tra i pezzi non originali ho usato un brano degli XX (un gruppo britannico), mentre sul finale c’è una canzone del rapper senegalese K’naan. Il rap conclusivo è stata una mia scelta perché spesso mi si dice che i miei film sono troppo tristi, perciò questa volta ho voluto finire con più slancio. Del resto, le manifestazioni di rabbia e protesta di Rosarno hanno ottenuto qualche risultato positivo, sennò non staremmo qui a parlarne.
Lo Stabat Mater di Pergolesi accompagna le sequenze estratte dai telegiornali, creando un contrasto tra la ieraticità della musica barocca e le immagini della tv di consumo.

La selezione di dichiarazioni dei politici sull’immigrazione, che danno interpretazioni completamente distorte dei fatti raccontati poche scene prima dai giovani africani, crea un effetto molto forte sugli spettatori, provoca disagio e rabbia.
La cosa più sbagliata è la mancanza totale di confronto, non si dà voce a chi è il detentore di esperienza diretta, in questo caso gli stranieri. Al di là degli schieramenti di destra e di sinistra, resta la contraddizione tra chi vive determinate situazioni e chi ne parla senza saperne niente solo per ottenere consensi; gli unici che sanno qualcosa non hanno diritto di voto e non vengono ascoltati: in questo modo si crea una forte disinformazione.

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