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Sanremo 2009: Arisa nel paese delle conigliette

Con tanto di intervista all’ottantadueenne Hugh Hefner. Un colloquio che si rivela meno interessante di quanto si sperasse, interrotto da un (noioso e rapido) momento di ordinaria follia in tipico stile sanremese: se con Pippo Baudo si sfiorò la tragedia con il tentato suicidio, l’accoppiata Bonolis-Hefner ha ispirato l’incursione sul palco di una gentil donzella in body painting. Una serata poi questa nella quale Bonolis ha scelto di dedicare uno spazio alla solidarietà, in perfetta coerenza con il suo stile.

Il venerdì sera dell’Ariston in musica, invece, si sdoppia e, mentre i Big si reinventano, accompagnati dagli ospiti, i giovani si ripresentano in versione mignon, e un po’ sacrificata a dire il vero, rimettendosi al giudizio finale delle giurie. La ghigliottina, comunque, stasera ci sarà anche per i Big e rispedirà a casa un paio di nomi.

I Big reinventati, dicevamo, molto spesso guadagnano in appeal. E se il primo esperimento di canto e recitazione proposto da Al Bano featuring Michele Placido non desta tutta l’attenzione che si aspettava, la reprise proposta da Marco Masini e Francesco Benigno si rivela a sorpresa ben più efficace e ficcante, anche se ben meno spensierata. Simpatica anche l’incursione di Teo Teocoli nella coppia Alexia-Lavezzi, mentre è audace la scelta di Renga di farsi accompagnare dal soprano Daniela Dessì: un esperimento del quale la buona riuscita è ancora da definire. Povia, invece, in maniera acustica e intima, ha cercato di dimostrare quanto la sua canzone sia meno a portata di vanverose lingue a briglia sciolta di quanto la polemica ce l’abbia fatto credere. E, infine, addirittura Marco Carta riacquista un tocco di dignità artistica grazie alle armonie vocali dei suoi conterranei Tazenda.

Ma la mannaia scende e recide dalla gara Dolcenera, esibitasi con Syria, e i Gemelli Diversi (maledetto vocoder!), accompagnati dalla BMB Marching Band .

All’ora in cui i cavalli ritornano topolini, le carrozze zucche e quando le cenerentole se ne tornano a casa, arriva il turno delle nuove proposte, che fanno riascoltare le shortened-version delle proprie composizioni. In una formula che poca ragione dà a questi ragazzi che evidentemente tanto lavoro e tante speranze hanno riposto in quest’avventura.
L’importante è che vince Arisa, al secolo Rosalba Pippa, ma non vi preoccupate, tanto non se lo aspettava neppure lei. E infatti alla fine quell’algida aria da svampita hepburniana si scioglie al tocco di lacrime di commozione, e appare così fragile e terribilmente simpatica. Peccato per Irene, ma siamo convinti ne risentiremo parlare. La vincitrice ricanterà la sua “Sincerità”, facendoci capire, attraverso la sua scanzonata malinconia e triste leggerezza, che probabilmente il 59° Festival di Sanremo categoria giovani ha trovato un giusto nuovo mattatore – almeno per quest’anno.

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