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Sanremo 2009: Sempre la stessa meravigliosa canzone

Con queste parole Paolo Bonolis ha introdotto al pubblico la pantera di Cremona, che ha aperto la prima puntata della cinquantanovesima edizione del Festival di Sanremo sulle note del “Nessun Dorma”, in un’interpretazione da far invidia anche a Eric Adams.

Un Sanremo votato al sociale. Se siamo stati abituati negli anni ad assistere a episodi che hanno affrontato temi della mala quotidianità come singolarità, quest’anno, in una situazione internazionale di crisi, era per lo meno ovvio che gli artisti più orientati al marketing e ai bisogni del mercato, da sempre i più assidui frequentatori del palco dell’Ariston, finissero per proporre canzoni attente ai temi oggi più d’attualità. Come la paura del domani, l’integrazione tra razze diverse e i problemi di un paese di merda. Intento nobile o viatico, semplice quanto cinico, nel cercare la via più semplice per accaparrarsi l’empatia del pubblico?

La serata scorre con ritmi serrati. E in tre ore circa di diretta Bonolis, coadiuvato dall’immancabile Luca Laurenti, dalla bella Alessia Piovan e dal modello Paul Scalfur, riesce a spiattellare le sedici canzoni in gara nella categoria dei Big, tra un intermezzo votato al sociale, quello di Miguel d’Escoto, e un altro votato all’acuta e intelligente simpatia, quello di Roberto Benigni. Il tempo che rimane è per far conoscere quattro delle dieci nuove proposte. Di loro, però, parleremo un altro giorno.

Forse vi interesserà sapere come siano le canzoni in gara. Be’, Sanremo è Sanremo. E basterebbe questo slogan per rendere l’idea. Dall’apertura di Dolcenera, che nel nuovo look da tigre sotto sedativo si propone con un rock insipido, alla chiusura di Alexia feat. Mario Lavezzi. Passando per un Fausto Leali che, tra una stecca e l’altra, si dimostra forse troppo debole per incidere davvero e un Tricarico che, almeno nella melodia, si discosta dalla banalità tipicamente sanremesese e che se continua di questo passo, il prossimo anno arriverà a cantare davvero. Bersaglio troppo facile il giovane amico di Maria De Filippi, Marco Carta, che con quella faccia da bravo ragazzo e con quella canzoncina che cita alternativamente Ramazzotti alla chitarra e Baglioni alla voce e nel “gancio in mezzo al cielo” si trova perfettamente amalgamato nel polpettone del Festival. Patty Pravo ci fa temere per la sua salute e Marco Masini, con i suoi testi come al solito senza tatto e senza mezze parole, in fondo in fondo, dice quello che in tanti hanno sulla punta della lingua; a livello musicale, però, l’apatia continua. Coraggioso invece Francesco Renga, che presenta, in mezzo a un pubblico che non sembra voler smettere di cantare “Angelo”, una canzone per sola voce e orchestra. Uno dei punti più bassi, invece, si tocca con il trio Pupo – Belli – Youssou N’Dour.

Se poi il Liga chiedeva un momento a Dio, i Gemelli Diversi chiedono un attimo per loro, a Dio. Qualsiasi velleità seriosa è però annientata dalla backing vocoder vocal e dagli orecchini in stile Beckham. C’è bisogno poi di dire che la canzone di Al Bano era tipicamente costruita per mettere in risalto le sue doti canore? E non gridate “Venduti” agli Afterhours, che si sono dimostrati filologicamente sani e intellettualmente fighetti come nella migliore delle loro tradizioni. Iva Zanicchi, europarlamentare in prestito al Festival, si è rivelata abile in quella che forse è la prima canzone che mostra per davvero la versatilità della sua voce. Peccato che la mente non smetta di pensare “Cento! Cento!”. E peccato per quelle cadute di stile in un testo già in bilico tra il futurista e il grottesco.

Nicki Nicolai e il suo compagno Stefano Di Battista hanno portato una ventata di groove e di sana contaminazione jazz, che non sta mai male. E Povia si è rivelato meno peggio di quel che si pensasse. Perché se Sanremo è Sanremo, una canzone è pur sempre solo una canzone. Anche, per quanto strano appaia, al Festival della Canzone Italiana.

Davvero, quindi, la stessa canzone di sempre durante lo show e la solita solfa nelle fasi di votazione e a venire escluse sono state le proposte meno sanremesi (certo, quelle più imprevedibili): Tricarico e Afterhours in primis, Iva Zanicchi, nell’insolita veste di vamp, a seguire.

Rimane solo un dubbio: chissà se Paolo Bonolis abbia scelto i Deep Purple in uno dei suoi dialoghi con l’orchestra per reminiscenze giovanili o perché aveva ben presente il sogno di Jon Lord e Ritchie Blackmore.

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