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Sanremo 2009: Tutti in piedi all’Ariston

La terza serata del Festival di Sanremo si apre con il ricordo di Oreste Lionello, scomparso proprio nella stessa giornata.

Con ormai metà delle serate alle spalle si può cominciare a tirare le somme di questa 59-esima edizione del Festival, che, stando ai dati dell’Auditel, pare essere sulla strada della guarigione. Tutto merito di quel Paolo Bonolis, che a noi pare difficile non ricordare affianco a Uan, che con la sua spalla Luca Laurenti ha sfoderato la capacità terapeutica propria di un santone indiano nel resuscitare un moribondo Sanremo, giunto all’anno de o la va o la spacca, del prendere o lasciare, del chi s’è visto s’è visto e tanti saluti a tutti? Si direbbe proprio di sì. Che sia lui quello da ringraziare, il direttore artistico che ha curato con minuzia l’aspetto musicale del contenitore, forse più di quello dei contenuti. Basti pensare alle contaminazioni tra musica classica e rock, tra Mozart e Pink Floyd (anche quelli rivisitati in chiave dub), alla PFM che omaggia De Andrè.

Ogni cosa ha il suo prezzo e ogni conduttore il suo marchio di fabbrica. Innegabile quindi che questo Sanremo assomigli a una infinita puntata di “Ciao Darwin”. Come è d’altronde innegabile che lo snaturamento sia più che altro una cura ricostituente che ha reso il pacchetto meno ingessato, presuntuoso e formale. Si spera che nelle edizioni successive (nel bene o nel male, pare proprio non ce ne libereremo mai) si riesca a iniettare un po’ di pappa reale anche alle canzoni, a ridare loro credibilità e rispetto che oggi paiono completamente persi. Eppure proprio loro dovrebbero essere l’essenza e la sostanza della manifestazione e non l’estro, per quanto eccezionale e oggi gradito, del presentatore.

Le canzoni, appunto, dunque a noi e alle canzoni di questa sera.
C’è chi se la cava meglio, c’è chi se la cava peggio. Quello che sembra evidente, però, è che questi giovani hanno proposte mediamente più intriganti di quelle che i Big hanno regalato nei giorni passati.

C’è Filippo Perbellini, accompagnato da Riccardo Cocciante. Entrambi al piano ed entrambi con la stessa voce in una canzone che non sarà da strapparsi i capelli ma rende giustizia al termine canzone. C’è Karima, che con niente meno che Burth Bacharach al piano e Mario Biondi alla voce sfodera un duetto in stile Whitney Houston mica male. E poi c’è lei, la perla della serata: Irene. Che sul palco dell’Ariston ha provato a uscire dagli schemi convenzionali (come pochi altri). Che con papà Zucchero e gli zii (così definiti da Bonolis) Vandelli, Battaglia e Zanotti ha sfoderato tutta la sua voce e tutto il suo rythm ‘n blues sanguigno. Presentandosi, davvero, per quello che è: brava e figlia di papà. Lo spettacolo del combo ha trascinato poi il pubblico in un medley votato all’energia del rock e del blues come mai si era visto. E anche per questo, forse, bisogna ringraziare Paolo Bonolis.
[PAGEBREAK] Tutto il resto è ordinarietà. Canzoni tese nello sforzo di apparire orecchiabili ed eleganti attraverso più o meno convincenti virate jazz e che, alla fine, risultano premiate o penalizzate dall’interpretazione. E in questo senso neanche la presenza di Vecchioni può aiutarci a mandare giù le vibratissime algide note dell’altra figlia d’arte, Cinzia Canzian – certo brava e pure emozionata. E rimane ancora di capire se Arisa sia così svampita per nascita o per l’agitazione. Eppure quando canta accompagnata da Lelio Luttazzi sembra dotata. Un discorso a parte, poi, per la pupilla di Lucio Dalla: Iskra. Che sì ha una voce ammaliante e graffiante, che sì ha una bella canzone, ma che ha dalla sua una carriera da cantante professionista che si perde indietro negli anni.

C’è anche Massimo Ranieri assieme a una Barbara Gilbo che si candida a novella Gianna Nannini; la grinta c’è, la personalità ancora un po’ latita, ma la strada potrebbe essere quella giusta. Poi arriva “Perdere l’Amore”, e Ranieri mette in mostra l’abilità del cantante per vocazione.
Più anonimi Malika e Gino Paoli, se non altro ordinari – e vedremo la fine che farà, lei. Perché lui, a cui viene dedicato lo spazio di tre canzoni, fa notare tutto il distacco che c’è tra una carriera quarantennale e una buona speranza.

Come consuetudine, la serata non è solo canzone. Soprattutto non è solo canzone in gara. E oltre allo spettacolo offerto dal supergruppo della famiglia Fornaciari, l’occasione è quella giusta per rispolverare un po’ di musica, quella degli accompagnatori, e per fare una chiacchierata con il pluri-oscar Kevin Spacey: neanche lui è scelto a caso.

Infine, i ripescaggi.

Mentre gli Afterhours, invitandoci a fare qualcosa che serva, ci dicono che dire la verità è un atto di amore verso la propria rabbia che muore, fa simpatia il coraggio un po’ goffo di Iva Zanicchi, unica cantante della sua generazione ad aver affrontato in questo modo, e in questi contesti, certi argomenti. Sal Da Vinci il neomelodico prende metaforicamente per mano un Al Bano sempre più ostico, e lascia noi increduli, incapaci di ulteriori commenti… Tricarico, invece, porta sul palco il pessimismo scanzonato orientato alla positività da sempre il suo trademark, con una performance più convinta e precisa, senz’altro migliore rispetto a quella della prima serata.

Gran finale. È ormai notte inoltrata quando cadono eroicamente sul palco dell’Ariston gli Afterhours, Niki Niccolai/Stefano di Battista, Iva Zanicchi e Tricarico. Rientrano in gara Albano e Sal Da Vinci – e Bonolis nulla può per evitare che questo sia sempre di più il festival dell’inutilità musicale italiana.

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