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Sanremo 2009: Un gancio in mezzo al cielo

A questo punto, mentre state leggendo, saprete già che la 59° edizione del Festival della Canzone Italiana è stata vinta dall’amico di Maria De Filippi, Marco Carta, che, con quel pizzico di raucedine in più, ha trasformato le reminescenze di Ramazzotti e Baglioni in un mix di Jeff Scott Soto e Steve Perry.

All’annuncio del vincitore la mente va automaticamente anche all’altra vincitrice, quella della sezione Proposte, Arisa, e prende forma il pensiero che la gente, in un periodo socio-economico così delicato, di arrovellarsi su canzoni strampalate, su scelte più coraggiose ma per definizione meno ortodosse, sui perché e per come di determinati atteggiamenti, quando sono gli avvenimenti della propria vita quotidiana ad abbisognare già di troppi sforzi, non ne abbia alcuna voglia. Meglio quindi due canzoni spensierate, l’una forse velata di un po’ di malinconia, cantate da due volti nuovi, freschi, puliti per davvero ed entusiasti. E di entusiasmo, in effetti, oggi ce n’è davvero bisogno.

E se Povia ha manifestato tutta la sua gioia per essere arrivato in finale e averli stesi tutti davvero, Sal Da Vinci dovrebbe forse ringraziare il proprio angelo custode per averlo traghettato su questo podio virtuale con una canzone del tutto ordinaria e, per di più, con un persistente odore di naftalina. In ogni caso, proprio la rosa dei tre papabili vincitori, Sal da Vinci, Povia e Marco Carta, ha sottolineato che alla fine Sanremo è Sanremo, ora e per sempre – e di cambiare i suoi gusti musicali, non ne vuole sapere; è testardo, il Festival, Bonolis o non Bonolis che sia.

Vincitori anche Povia (Premio della sala stampa) e gli Aftehours (Premio della critica “Mia Martini”). Gli stessi riconoscimenti, nella sezione Proposte, vanno sempre alla nostra Arisa, che, ancora non paga di aver ringraziato tutti a sufficienza, continua con la lista. E si è trovato lo spazio anche per un altro premio, quello intitolato “Città di Sanremo”, attribuito a Mino Reitano e consegnato a sua moglie Patrizia, commossa nel ricordo. Un riconoscimento alla carriera, all’entusiasmo e all’energia di Mino, dato su quello stesso palco che, negli ultimi anni, gli era stato negato in maniera (a quanto si racconta) a volte anche brusca. Una rivincita? Quasi uno scherzo della vita.

Anche questa sera, poi, non sono mancate ospitate di tutto onore, che ci hanno fatto riscoprire un Vincent Cassel meno snob di quel che credessimo e una Annie Lennox che, tra mito musicale e attivismo sociale, seppur non in splendida forma, è comunque capace di togliere il fiato come pochi.

Sembra strano dirlo, ma quasi dispiace che questo appuntamento sia stato l’ultimo. Perché a distanza di cinque giorni dalla serata di apertura le somme si possono davvero tirare e non si nega che il lavoro di Bonolis abbia, forse per la prima volta, o forse per la prima volta in maniera efficace, portato un po’ di aria fresca alla vecchia signora di Sanremo. Là dove era possibile, ovviamente.
Come nell’atmosfera spigliata e nel contenitore che lui e il suo entourage (in questo senso, citazione d’obbligo anche per Luca Laurenti) hanno saputo creare. Tra valletti parlanti e attori leggenti missive di eminenti penne italiane; aperture originali, ognuna diversa dall’altra e che hanno gentilmente scalzato la più vetusta e classica sigla iniziale. Si potrebbe invece discutere sulla musica in gara, sull’onnipresenza delle solite proposte e sull’onniassenza di altre, oppure sull’effettiva capacità del festival di rappresentare la musica italiana odierna. Ma queste sono altre storie.

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