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Sanremo 2017: vince Francesco Gabbani per la categoria Big, il racconto dell’ultima serata

Parola d’ordine: nazionalpopolare. È questo ciò che trascina la kermesse sanremese da 67 anni. Canzoni ricamate perfettamente sull’ascoltatore italiano medio, con semplicità, poca creatività ma tanta passione.
Il sipario dell’Ariston si apre con l’esibizione dei “Ladri di carozzelle”, a cui segue il ritorno di Zucchero, coi suoi trent’anni di acclamata carriera e la sua nuova “Ci si arrende”. Una ballata profonda che trasuda di storie di campagna reggiana.
Dopo questo piacevole intro le lancette della finale scoccano. Pronti, partenza, via!

Elodie apre le danze, un po’ legata e composta, in ‘Tutta colpa mia’, brano su un amore perduto. Pezzo un poco banale, che si regge tutto sulla sua interpretazione, da rendercelo in fin dei conti positivo.
L’amore da qui in avanti sarà ripetuto per buona parte delle performance fino all’estenuazione, a rischio diabete!
Sulla scia dei rimpianti arriva “Mani nelle mani” di Michele Zarrillo, con un gorgheggio finale che vuole ambire al soul americano. Passa la canzone di Zarrillo, abituè del festival, e passa come passano le patate fritte con l’olio di semi di girasole, non resta né l’unto né il sapore.
In risposta ecco un altro amore finito, “Con te” di Sergio Sylvestre. Dato l’andazzo che il festival sta assumendo sembra più un lazzaretto da posta del cuore che una rassegna canora!  Il gigante buono, parole calde e profonde, ci offre un pezzo abbastanza scontato ma, tutto sommato, con un bell’arrangiamento d’archi e un enfatico coro per esaltare il crescendo finale.

Pene d’amore a parte, la vita vale la pena di viverla, come ci ricorda la papessa del festival Fiorella Mannoia con “Che sia benedetta”. Tra gli autori compare Amara, che poi sentiremo esibirsi in chiusura, ma questo brano di amaro non ha nulla. Anzi, ha una tonalità talmente edulcorata che non può non piacere al pubblico e immaginiamo anche a Papa Francesco, visto il ritornello. Molto sicura nell’interpretazione, Fiorella tiene la scena con un abito e capelli rossi, ricordandoci molto una grandissima cantante italiana: Milva.
Fabrizio Moro con “Portami via” riprende la gara. Sguardo deciso, voce graffiante nel ritornello e incedere epico, con gli archi dell’orchestra ad accompagnare.  Pezzo cantato divinamente, per una interpretazione nel segno della migliore scuola romana.
La cassa dance di Alessio Bernabei nella sua “Nel mezzo di un applauso” ci offre una sonorità tipicamente da boy band, il cui unico seguito rimangono i possessori di ormoni in età da sviluppo.

Finalmente irrompe Maurizio Crozza, che smorza con l’imitazione dell’onorevole Razzi questo clima zuccheroso: diabete in discesa.
Si riparte quindi con Marco Masini e “Spostato di un secondo”. Il ritornello è in puro stile masiniano, orecchiabile e si sente lo zampino di Zibba, tra gli autori della canzone, ma l’interpretazione è mediocre, en pendant con il brano.

Ritorna poi Zucchero a farci dimenare le anche con la sua ‘Partigiano Reggiano” e a riportarci indietro nel tempo ad omaggiare Pavarotti con un bouquet di note che fioriscono nel ritornello valzerato di Miserere. La classe non è acqua.
È quindi il turno di Paola Turci. “Fatti bella per te” nonostante l’invinto non convince in toto ed è un peccato perché Paola si presenta in tutta la sua eleganza con una voce piena di personalità.

Bianca Atzei con “Ora esisti solo tu” tiene bene la scena, sia per la presenza che per la grinta. La canzone, però, non rimane e non rimane neanche una tal modella ventenne ospite dopo di lei, che ci racconta il suo percorso tra Instagram e Vincent Cassel: anche se ve la siete persi, stanotte dormirete lo stesso e domani pure.
Arriva poi Francesco Gabbani, “Occidentali’s karma” è un pezzo che smuove l’atmosfera e la mummificata platea dell’Ariston. Molto disco music, il testo stralunato cela critiche alla società d’oggi. In altri contesti potrebbe sembrare un brano di Elio e le storie tese, ma il Gabbani, con al fianco un ballerino in costume da gibbone, pare più incedere nell’ironia che nell’apertamente demenziale. Siamo certi che sarà presenza fissa negli airplay radiofonici.
Vuoi per la monotonia, vuoi per l’adagio lento “Nessun posto è casa mia” di Chiara non rimane impressa, mentre lo pseudo-rap di “Ragazzi fuori” di Clementino mi arriva almeno come una boccata d’aria fresca, dopo tutte queste nostalgie d’amore.
È quindi il momento del premio per i 55 anni di carriera a Rita Pavone. La nostra Gian Burrasca ci propone una grintosa esibizione rock anni ‘50 davanti ad una platea che per la maggior parte in quegli anni era già grandicella.

La canzone di Ermal Meta “Vietato morire” è anche l’unica del festival scritta dallo stesso interprete, tanto di cappello. Il tema sulla violenza domestica si discosta dal mieloso fil-rouge della kermesse. L’interpretazione è trascinante e non riesci a scollare le orecchie dalle sue melodie. Touché.
Pop fresco in stile Giorgia per Lodovica Comello ne “Il cielo non mi basta” che lascia poi il posto a  Samuel con “Vedrai”. Il sound imparentato coi Subsonica segue i sentieri delle discoteche seventies,  la cassa in quattro fa battere il piedino per un brano che coinvolge. Pollice in su.
“Il diario degli errori” di Michele Bravi in realtà non presenta grandi errori, sia per l’interpretazione sicura del giovane che per l’arrangiamento curato, ma scivola via e chiude l’ultima manche tra i big con uno sbadiglio.

Si è giunti al momento topico della rassegna, in attesa di conoscere i tre finalisti Geppi Cucciari entra con la sua comicità a risollevare gli animi pronti a coricarsi, così come il medley dei successi di Alvaro Soler.
Tra il brusio del pubblico, applausi e fischi, Fiorella Mannoia, Ermal Meta e Francesco Gabbani salgono sul podio. Il tempo di qualche altra ospitata irrilevante che ammazza l’attesa e si arriva al verdetto: “Occidentali’s karma”.
Stupore per questo pezzo che scrive l’epilogo del sessantasettesimo festival, certo vi era di peggio, ma a parer mio un “waka waka” e una “danza kuduro” non rappresentano perfettamente l’Italia agli Eurovision.

Baci e abbracci, un’ultima sigaretta e il sipario dell’Ariston si chiude per altri 365 giorni.

 

di Melody Zucchetti

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