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SanremoLoud, il Festival visto dai giornalisti. Intervista a Paola “Funky” Gallo

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La stampa ricopre un ruolo cruciale all’interno di quella macchina complessissima chiamata Festival Di Sanremo. Non a caso in tempi non pandemici (quest’anno a causa dell’emergenza sanitaria sarà allestita al Casino della città una sala stampa di dimensioni ridotte) giungono in riviera più di mille giornalisti accreditati, nazionali e internazionali, pronti a raccontare con passione ogni singolo frammento della kermesse tra interviste, conferenze stampa, commenti e cronache. Un lavoro bellissimo per un evento unico nel suo genere che, per molti addetti ai lavori, rappresenta un momento cruciale della propria carriera.

Per la terza puntata della terza stagione di SanremoLoud ci siamo voluti quindi addentrare all’interno del Roof del Teatro Ariston, intercettando la mitica Paola “Funky” Gallo, personalità di altissimo profilo, voce storica di Radio Italia, dove ha lavorato per più di quindici anni fino al 2018, fondatrice del celebre blog Onde Funky e attuale Direttore Artistico di Radio InBlu2000. Con lei abbiamo passato in rassegna le varie fasi che accompagnano il lavoro del giornalista in una rassegna monstre come il Festival, non perdendo l’occasione di parlare anche dell’edizione numero 71 che prenderà il via il prossimo 2 marzo.

Paola, cosa rappresenta il Festival di Sanremo per un giornalista dello spettacolo, nello specifico musicale?

In tempi normali è un’occasione di snodo, di confronto e di incontro. Uno dei pochi eventi che ti concede di dialogare per tanto tempo con colleghi di altre città ma anche di altre Nazioni sparse per il mondo, se consideri che di norma si contano più o meno dai 1300 ai 1400 accrediti. Per quanto mi riguarda è sempre stato un momento fondamentale della carriera, sia per la manifestazione in sé che per le canzoni. Ci sono stati dei momenti nel corso degli anni che hanno segnato la storia della musica: alcuni li ho visti in televisione, ad esempio quando nel 1983 Peter Gabriel si è lanciato sul pubblico nella coda di “Shock the Monkey”, altri invece sono accaduti quando già ero presente, penso a quel meraviglioso Premio della Critica di Giorgio Faletti nel 1994 con “Signor Tenente” o alla partecipazione dei Subsonica nel 2000 che, da quell’apparizione in poi, divennero molto popolari.

Tra i momenti che i giornalisti musicali aspettano con trepidazione c’è sicuramente quello degli ascolti in anteprima. Anche lei è di questo avviso? Come ci si approccia a un momento così delicato, dove le prime impressioni sono dettate dall’ascolto in studio, dunque da qualcosa di diverso rispetto a quello che il pubblicò ascolterà per la prima volta?

Concordo, l’audizione in RAI è certamente uno dei miei due momenti preferiti in assoluto, l’altro è quello delle prove generali del lunedì prima della serata di debutto: ascoltare, come quest’anno, ventisei canzoni di fila non è semplice; però devo dirti che in tutti questi anni la mia prima impressione non si è mai modificata: è difficile che una canzone di cui mi sono innamorata al primo ascolto poi non mi sia piaciuta o mi sia piaciuta meno in gara, è molto più facile il contrario, ovvero di innamorarmi di un brano che in prima battuta mi aveva lasciato tiepida. Nella prova generale ti accorgi poi di quale brano avrà più presa sul pubblico perché è ovvio che il modo in cui l’artista si pone cambi la percezione della canzone, la renda più o meno fruibile. La vecchia che balla, tormentone de “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale, cantata e basta fa in un certo senso meno effetto che vedere effettivamente una vecchia sul palco che balla davvero.

La sensazione è che, in un certo senso, il carico di lavoro per la stampa sia già molto impegnativo anche a parecchi giorni di distanza dall’inizio del Festival: mi riferisco ad esempio alle numerose conferenze stampa e interviste che riempiono l’agenda dei giornalisti nelle settimane a ridosso dell’evento…

L’abitudine di lavorare così tanto in anticipo in realtà non è così longeva. Saranno un sette-otto anni che si ragiona così. Nel tempo ci si è resi sempre più conto che nella settimana del Festival, a causa dell’enorme traffico di lavoro, si prestava poca attenzione agli album, ai singoli progetti degli artisti. Quindi uffici stampa e case discografiche hanno iniziato a lavorarci con più anticipo; adesso sai praticamente quasi tutto prima: per la settimana del Festival ti rimane giusto il commento e la cronaca. Già hai ascoltato, parlato con gli artisti e capito il progetto che vanno a presentare, e questo credo sia molto importante.

Durante la settimana del Festival l’attenzione verso la musica si sposta considerevolmente anche su altri campi. Qual è l’aspetto in più che un giornalista musicale deve considerare durante i cinque giorni?

Assolutamente, è proprio questo il motivo che ha indotto le case discografiche a convocare la stampa specializzata prima. Sanremo resta sempre comunque uno spettacolo televisivo, tant’è che accanto ai critici musicali in Sala Stampa ci sono sempre anche per le grosse testate inviati che si occupano di televisione più che di musica, come ce ne sono anche altri che si occupano di attualità e di cronaca perché Sanremo è un po’ la cassa di risonanza di ciò che accade in Italia, e quindi è normale che ci sia di tutto o di più considerate le personalità che gravitano intorno al Festival. Sempre in tempi normali, il plus del giornalista musicale a Sanremo è che, al di là del sempre importante contatto diretto con i protagonisti in gara e quindi la possibilità di analizzarli un po’ più a fondo, ci sono gli showcase: le session ti raccontano di più su chi è l’artista e come si approccia alla musica. Io mi ricordo delle performance incredibili di Max Gazzè, feste con dj set di Pau dei Negrita, momenti bellissimi con Diodato o con Cristicchi accompagnato dalla banda dei minatori di Santa Flora. Succedono delle cose che ti fanno scoprire l’artista anche da un punto di vista più umano.

Il voto della sala stampa, soprattutto negli ultimi anni, è diventato sempre più determinante. Capita di ricevere delle pressioni? In generale, come si lavora dentro al roof durante le cinque serate?

A me non è mai capitato, poi chiaramente devi essere tu a non farti influenzare, magari può capitare che si creino delle “correnti” di preferenze, ma anche la tipologia di voto dimostra che ognuno decide per i fatti propri. Scrivere là dentro è bellissimo, è come una mega sala giochi. In quattro o cinque ore di diretta hai tempo per confrontarti, hai una visione allargata perché tante volte quella in solitaria è molto soggettiva. Io lo trovo molto divertente e arricchente. Anche da un punto di vista tecnico c’è uno schermo che è quasi più grande di quello di un Cinema: è un’esperienza bellissima.

Che Sanremo sarà quello che partirà tra pochi giorni?

Bello e vario, rispecchierà quello che si ascolta realmente in Italia: sono almeno quattro anni che si è quasi del tutto ridotto il grande grado di separazione che c’era tra la musica del Festival e quello che la gente andava ad ascoltare davvero. L’abilità degli ultimi direttori artistici è stata quella di essere riusciti a cogliere le sfumature anche della musica più nuova, e il cast di quest’anno è l’esempio più lampante, perché tra questi 26 artisti c’è davvero anche la nuova corrente ascoltata dai ragazzi. Diciamo che forse manca il rap o la trap più spinta perché i rappresentanti di questa matrice hanno presentato dei brani non così tanto marcati in tal senso. Sarà un Sanremo che riuscirà a catturare gusti e attenzioni molto diverse tra loro.

Durante la conferenza stampa di Wrongonyou (a cui abbiamo assistito anche noi) lei ha sollevato una questione interessante, quella del confine sempre più labile che c’è tra le due categorie, big e giovani. Come giudica il lavoro intrapreso negli ultimi tempi proprio con le Nuove Proposte?

Il fatto che abbiano ripristinato la serata a dicembre lo trovo importante. Anche se con un seguito non enorme, i giovani hanno la possibilità di avere diversi passaggi televisivi. L’eliminazione a me dispiace sempre molto, l’anno scorso ricordo ancora con tristezza gli Eugenio In Via Di Gioia, con cui siamo andati poi a ballare in un carruggio. Io però credo che la differenza le facciano sempre le canzoni, trovo dunque che non sia un bene o un male essere in una o in un’altra categoria, questo ce lo può dimostrare ad esempio Francesco Gabbani.

Per salutarci le chiedo uno o se vuole più ricordi legati al Festival, quelli che le sono rimasti dentro al cuore nel corso della sua lunga esperienza.

Tornando molto indietro nel tempo ho in mente una notte del 1997, bellissima, passata con Carmen Consoli: era appena stata eliminata con “Confusa e felice”, venne a suonare a Radio Italia. Mi ricordo che passai tutta la serata a parlare con lei di musica e a “consolarla”, a spiegarle che allora il festival difficilmente promuoveva artisti del suo livello e del suo genere. La stessa cosa mi è capitata con i Negramaro nel 2005, ai quali dissi: “Vedrete che tutto prima o poi tornerà“, e così è stato. Ricordo anche degli abbracci bellissimi con Francesco Renga quando vinse con “Angelo“, sempre nel 2005. In genere mi hanno sempre emozionato le vittorie importanti e meritate degli artisti con cui mi trovo più in sintonia.

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