Home > Interviste > SanremoLoud: intervista a Eddy Anselmi, storico e statista del Festival. “La canzone degli ultimi vent’anni? Soldi di Mahmood”

SanremoLoud: intervista a Eddy Anselmi, storico e statista del Festival. “La canzone degli ultimi vent’anni? Soldi di Mahmood”

Correlati

Arrivano le autorità questa settimana su SanremoLoud, la rubrica di avvicinamento al Settantesimo Festival Della Canzone Italiana, in programma al Teatro Ariston di Sanremo da martedì 4 a sabato 8 febbraio 2020. Per il secondo appuntamento di questa nuova stagione abbiamo l’onore di ospitare Eddy Anselmi, giornalista, storico e statista che ha appena pubblicato “Il Festival Di Sanremo, 70 anni di storie, canzoni, cantanti e serate” (De Agostini), preziosissimo contributo che ricostruisce in maniera filologica la storia del Festival più amato dagli italiani. L’autore farà inoltre parte del cast del DopoFestival condotto da Nicola Savino, in onda su RaiPlay.

Abbiamo intercettato telefonicamente Eddy, facendoci illustrare il processo di elaborazione del suo progetto non perdendo l’occasione di porre domande su alcuni temi importanti dedicati al Festival.

Eddy, mercoledì 15 gennaio è uscito in tutte le librerie il tuo nuovo libro, “Il Festival di Sanremo, 70 anni di storie, canzoni, cantanti e serate”, dove ricostruisci minuziosamente tutte le settanta edizioni della Kermesse. Mi interessa molto il processo di costruzione ed elaborazione dell’opera: su quali fonti ti sei basato?

Le fonte principale è stata la pubblicistica che sono riuscito a reperire sul Festival Di Sanremo e i relativi filmati; poi è chiaro che negli anni è cambiato il modo di raccontare l’evento, ultimamente si trova molto materiale sul web. Tuttavia la ricerca in biblioteca, sui giornali cartacei, è stata fondamentale. La scelta di mantenere la stampa come filtro è stata presa anche per capire come il Festival è stato effettivamente raccontato agli italiani nel tempo. Nel 1961 per esempio la stampa quasi non si accorge della presenza di Adriano Celentano, stessa cosa nel 1969 con Lucio Battisti. Oggi si dice che Lucio è stato uno dei partecipanti più importanti di quell’edizione ma all’epoca nessuno ne parlava. La creazione del libro è stata quindi anche una macchina del tempo per leggere il passato con gli occhi dei contemporanei, e quindi chiedersi: ai tempi ci avevano visto lungo o si sono persi qualcosa? Faccio un altro esempio: nel 1984 debutta Eros Ramazotti, l’unico articolo che approfondisce la figura dell’artista è di Michele Serra, gli altri zero, se ne accorsero solo due anni dopo con la vittoria. Infine, propedeutico a tutto, è stato fondamentale l’ascolto di tutte le canzoni.

Ci sono state delle edizioni più complicate da ricostruire?

Per la verità sì: i festival dal 1973 al 1975 sono stati esaminati molto fugacemente dalla pubblicistica: volendo dare lo stesso spazio a tutte le edizioni quegli anni in particolare hanno creato qualche problema.

Prima parlavi delle canzoni. Nell’ultima parte del 2019 ci siamo tutti un po’ sbizzarriti stilando le classifiche sull’ultimo ventennio. Qual è secondo te il brano festivaliero più rappresentativo di questi primi vent’anni del nuovo millennio? Tu tra l’altro hai pubblicato recentemente una playlist su Spotify, “Sanremo 2009-2019” (che riportiamo in fondo), correlata al libro

Esatto; ho scelto per ogni edizione la canzone vincitrice e altre due significative per poter raccontare al meglio la storia di quella determinata annata e inserirla all’interno di un percorso sociale, culturale e politico legato alla trasformazione della società. Secondo me la canzone più rappresentativa degli ultimi vent’anni di Sanremo è “Soldi” di Mahmood: credo che il risultato finale del 2019 sia stato il più contemporaneo, la canzone più al passo con i tempi di tutta la storia del Festival, con l’eccezione de “Nel blu dipinto di blu“, paragone forse strano ma necessario.

A questo proposito vorrei una tua opinione riguardo la sezione Giovani. Ormai da anni le canzoni dei partecipanti vengono pubblicate mesi prima, l’esibizione all’Ariston non è altro che la chiusura di un percorso. Come reputi questa scelta?

Trovo la scelta intelligente per una categoria che, personalmente, credo non abbia molto senso: la sezione “Giovani” o “Nuove proposte” nasce per un’esigenza ben specifica nel 1984: visto che il voto popolare veniva effettuato attraverso le schedine del totip non si potevano mischiare sconosciuti con artisti affermati, in quanto chiaramente i primi sarebbero stati svantaggiati. L’organizzatore del tempo voleva un Festival che fosse un mix di debuttanti e cantanti affermati, un po’ come adesso. Allora si fece questa seconda sezione di cantanti emergenti che non avrebbero avuto la forza autonomamente di finire nelle schedine del totip. Negli anni seguenti su questa scia si lanciarono nomi di grande prestigio come quello di Eros Ramazzotti, Laura Pausini, Marco Masini, alternati spesso a vere e proprio meteore. Nel corso del tempo ci sono stati numerosi tentavi per rendere la categoria al passo con i tempi, tutti matematicamente andati male ad eccezione del 2009, l’anno della vittoria di Arisa con “Sincerità“, dove invece c’era un parterre di nuove proposte discografiche di livello: c’era Malika Ayane, Karima che duettò con Burt Bacharach e altre artiste dotate che si sono un po’ perse. Secondo me basterebbero i big: Nina Zilli nel 2010 con “L’uomo che amava le donne” avrebbe potuto tranquillamente gareggiare con gli artisti più blasonati, ma se ci pensi anche quest’anno c’è una contraddizione: Junior Cally è tra i big e gli Eugenio In Via Di Gioia sono nelle nuove proposte.

Forse prima però c’era solo un po più coraggio nei brani dei giovani…

Questo è vero però devi anche considerare il numero dei partecipanti: prima erano sedici, adesso sono solo otto.

Un altro aspetto che è mutuato nel corso del tempo è l’approccio degli artisti indie o alternativi riguardo al Festival: fino a qualche anno fa la loro partecipazione a Sanremo era vissuta dai fan come un vero e proprio tradimento, complice anche l’atteggiamento generale che tendeva a snobbare la kermesse, quasi al punto di ridicolizzarla. Adesso le cose sembrano cambiate. Come mai secondo te?

È cambiata la generazione: i quindicenni degli anni ottanta snobbavano il Festival, così come gli adolescenti degli anni 70, questi ultimi un po’ perché ascoltavano musica diversa rispetto a quella di Sanremo che proponeva cose non all’altezza: se negli anni cinquanta Sanremo sale sull’autobus della contemporaneità con “Nel blu dipinto di blu” fino agli anni sessanta, negli anni settanta manca clamorosamente l’approccio con la modernità: nel 1972 preferisce ad esempio Nicola Di Bari rispetto ai Delirium che scaleranno le classifiche in modo dirompente: se avessero vinto loro sarebbe potuta esistere una catena di trasmissione. Negli anni ottanta invece si è rinnovato un certo gusto per la musica pop, con una tradizione di contenuti sulla musica leggera, fatta di canzoni che facevano parlare e discutere. Anche ultimamente ci sono stati brani che hanno fatto molto parlare, penso a “Rolls Royce” di Achille Lauro e a “Una vita in vacanza” de Lo Stato Sociale.

La prossima edizione sarà contrassegnata dalla presenza di tantissime donne, ben undici. Ci sono dei precedenti in merito?

No, è un record assoluto. Durante le cinque serate non si sono mai alternate undici donne a fianco del presentatore principale. Il record fino a quest’anno è stato di sei: nel 1966 furono sei le vallette che girararono intorno a Giancarlo Guardabassi senza proferire parola; furono sei anche nel 1984 accanto a Pippo Baudo, due erano bambine ovvero Isabella Rocchietti e Viola Simoncioni, e sei furono nel 2006 con Panariello, due conduttrici veri e proprie, Ilary Blasi e Cabello e quattro modelle: Vanessa Hessler, Francesca Lancini, Marta Cecchetto e Claudia Cero. Il Festival è come il palio di Siena, la sfilata storica che precede la corsa è particolarmente ricca. Noi però siamo qui per vedere una corsa di cavalli, quindi una gara di canzoni. Tutto bello e tutto di contorno ma adesso c’è da capire chi partecipa, come sono le canzoni e chi vince, come vince perché. Per questo Sanremo è Sanremo.

In conclusione approfitto della tua immensa cultura anche nel campo dell’Eurovision Song Contest per chiederti: chi vedi in Olanda così, a scatola chiusa?

Tra i ventiquattro Big ci potrebbero essere personalità adatte e meno adatte. Ma una volta che un cantante vince Sanremo è come se venisse punto dal ragno radioattivo di Spiderman, assume un super potere, diventa automaticamente forte, lui e la canzone. Francesca Michielin, Emma Marrone, Nina Zilli, sono tre cantanti che hanno partecipato all’Eurovision con un brano che non ha vinto Sanremo: si sono piazzate tutte più basse rispetto agli artisti che hanno presentato la canzone vincitrice, i quali sono entrati in top ten. Possono quindi essere adatti tutti, anche Rita Pavone, premesso che è un nome che non può essere scartato.

Effettivamente. In genere quando un cantante si presenta con grandi polemiche (la cantante è stata criticata per essersi più volte espressa a favore del sovranismo e di Matteo Salvini) alle spalle si piazza sempre bene, penso a Pupo ed Emanuele Filiberto…

O anche Povia che solo con il titolo (“Luca era gay”) ha fatto parlare di se ben tre settimane prima dell’inizio del Festival: la cosa interessante è questa. Quando ci sono ventiquattro artisti e parli solo di uno, questo si piazza sempre tra i primi tre. Quest’anno comunque per la vittoria finale, nella corsa a tre, il voto verrà azzerrato. Potrà succedere di tutto.

 

Scroll To Top