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SanremoLoud: le cinque canzoni “indie” più significative della storia del Festival

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Siamo pronti a vivere il Festival Di Sanremo più indie di sempre. Il direttore artistico e conduttore Amadeus, finalmente, per la Settantunesima edizione in programma dal 2 al 6 marzo, ha deciso di sposare in toto il tentativo già compiuto da Claudio Baglioni nel 2019, chiamando a rapporto artisti forse non particolarmente noti al grande pubblico ma che ormai da diversi anni muovono davvero il mercato, collezionando sold out e dominando le playlist delle piattaforme digitali, basti pensare ai Coma_Cose, La Rappresentate di Lista, Colapesce & DiMartino, Fulminacci, Willie Peyote, Madame, Davide Toffolo. Una grande rivoluzione che, diciamolo, forse è tardata ad arrivare, probabilmente per eccessivo snobismo da entrambe le parti.

Ma come siamo arrivati a questo punto? nel corso degli ultimi trent’anni non sono certamente mancati, anche se in modo sporadico, esponenti della scena indipendente che hanno tentato il grande salto, alcuni facendo centro, altri mancando clamorosamente il bersaglio. Per la seconda puntata della terza stagione di SanremoLoud abbiamo deciso quindi di selezionare cinque brani che, per altrettanti motivi diversi, hanno segnato in modo indelebile non tanto la storia del Festival ma l’andamento del rapporto sempre più stretto tra underground e mainstream.

La prima ammissione. Pitura Freska, Papa Nero (1997)

Un tormentone che forse oggi sarebbe passato per meme. Ma l’apporto che in realtà hanno dato i Pitura Freska in quel Festival del 1997 è stato per certi versi fondamentale. la band reggae infatti, invitata sulla scia della celeberrima apparizione di Elio e le storie tese l’anno prima con la “Terra dei cachi“, presentò all’Ariston una strampalatissima e divertente profezia di Nostradamus in rigorossimo dialetto veneto, scritta dopo la storica vittoria di Denny Méndez a Miss Italia. A differenza degli Elii, Maestri comunque di un virtuosismo strutturatissimo, tutta la potenza e il relativo successo del brano sta semplicemente in una trovata geniale supportata da un ritmo travolgente in levare. Dietro la partecipazione del gruppo alla Kermesse l’ammissione più sincera, una delle prime: “Una serata al Festival vale come cinquemila concerti“, così dirà Sir Oliver Skardy al settimanale “Controsenso” anni dopo.

La consapevolezza. Subsonica, Tutti i miei sbagli (2000)

La partecipazione dei Subsonica al Festival del 2000 è stata tra le più importanti della storia “alternative” per motivi tecnici, comunicativi e qualitativi. Samuel e Co. infatti imposero ai fonici di utilizzare il loro personale triplo microfono in modo da poter rendere al meglio gli effetti vocali. Questa scelta, oltre alle ragioni prettamente artistiche, contribuì a collocare visivamente la band come “diversa” anche dal punto di vista della personalità. Il brano non ha certo bisogno di presentazioni, in quanto meraviglioso nel suo non essere assolutamente snaturato. “Tutti i miei sbagli” rappresenta la consapevolezza piena di un gruppo che ha sempre poi proseguito per la sua strada non tradendo mai le aspettative. Il diario scritto da Samuel, Max, Boosta, Vicio e Ninja su internet, all’alba del 2000, è l’ennesima dimostrazione di una visione del mondo quasi avanguardista. Dal giorno uno sempre avanti agli altri.

L’autenticità senza compromessi. Deasonika, Non dimentico più (2006)

Piccolo cult della musica indipendente italiana mai eccessivamente ricordato. In una delle edizioni più buie degli anni zero, vuoi per la vittoria di Povia tra i big con “Vorrei avere il becco“, vuoi per la conduzione tutt’altro che sagace di Giorgio Panariello, la band di Max Zanotti ha confezionato un brano ben costruito e sofisticatissimo, raccolto in una bolla minimale e malinconica che scoppia con rabbia ed eleganza nell’ultima sezione. “Non dimentico più” rispecchia pienamente le sonorità indie dell’epoca (contaminate da sapori d’oltremanica) conservando però una nettissima autenticità che, chiaramente, non è stata poi percepita dal grande pubblico.

Il cavallo di Troia. Afterhours, Il paese è reale (2009)

Il cavallo di Troia dell’indie. Al netto di tutto, Manuel Agnelli nell’annata che sarà ricordata per sempre come quella della vittoria di Marco Carta davanti alla sua mentore Maria De Filippi ha compiuto un’impresa eroica. Con “Il paese è reale“, affresco cupissimo di un’Italia dilaniata dall’asocialità sullo spettro della crisi economica, la band milanese ha puntato i riflettori su tutta la scena indipendente, sfruttando l’onda mediatica non per promuovere un proprio nuovo disco ma una compilation con 18 artisti poi diventati più che celebri, da Dente al Teatro Degli Orrori, da Paolo Benvegnù a Marta Sui Tubi passando per A Toy Orchestra, Calibro 35 e The Zen Circus. Idealmente, il primo vero muro tra l’underground e il mainstream è stato abbattuto proprio in quell’anno, il 2009. Ma in riviera se ne accorgeranno solo dieci anni dopo.

L’intuizione. Mauro Ermanno Giovanardi feat La Crus, Io confesso (2011)

Qui siamo davanti a un vero e proprio capolavoro. Mauro Ermanno Giovanardi, circa cinque anni prima dell’inizio della fusione tra l’universo indipendente e quello mainstream, aveva già capito tutto. Sì, perché “Io confesso”, è forse la canzone che, più di ogni altra, unisce in modo perfetto i due mondi, grazie a una ricerca stilistica e testuale ben marcata ma aperta, impreziosita dalla giusta dose di versi (per il contesto) dissacranti (“Non credo nel peccato, amore mio, perché non credo in Dio“) e una melodia retrò ipnotica ed efficace, addirittura accentuata da vocalismi lirici, che ha conquistato non solo i fan dei La Crus ma anche tutti gli spettatori che non conoscevano, in alcun modo, il duo. Rivelatoria.

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