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Sapori seventies

La sua magrezza e il suo taglio di capelli sono un marchio distintivo. Ma lo è soprattutto la sua musica che, nonostante il trascorrere degli anni non ha perso un colpo: medesimo sound di californiana perfezione e la voce di una profondità e purezza ineguagliabile. È innegabile che Browne sia rimasto fermo agli anni ’70: non c’è sperimentazione, nonostante gli album sfornati, tra cui l’ultimo “Time The Conqueror”. E ringrazia quasi contrito i presenti per avere la pazienza di sentire i nuovi brani alternati a quelli ben più amati del passato. Lo accompagna una full rock band, la stessa che lo ha seguito negli ultimi 15 anni: Kevin McCormick al basso, Mark Goldenberg alla chitarra, Mauricio Lewak alla batteria e Jeff Young alle tastiere, più le due coriste Chavonne Morris e Alethea Mills.

La partenza è sotto il segno del rock con l’energica “Boulevard”, tratta dall’album del “Hold Out”. Si prosegue con “Barricades Of Heaven”, da “Looking East”. Ma la prima ovazione arriva con l’esecuzione di “Fountain Of Sorrow”, una delle ballate più toccanti del capolavoro West Coast “Late For The Sky” del 1974. “A Very Old Song”: così Browne introduce “These Days” da lui scritta nel lontano 1967 per Nico. Browne si perde spesso a raccontare la genesi dei brani: “Culver Moon”, ispirata al quartiere di Los Angeles frequentato da artisti in cui andò a vivere dopo essere scappato da casa per cercare fortuna nella musica; e di “Time The Conqueror”, “Live Nude Cabaret”, “Off Of Wonderland” e “Giving That Heaven Away”, quattro brani che, sebbene affiorino dal nuovo album, hanno radici ben piantate nei soliti anni ’70.

Browne fa una pausa. Un modo per rendere ancor più solenne e preziosa la sua esibizione. La prima parte del programma termina con una fantasiosa esecuzione di “Doctor My Eyes”, uno dei primi successi di Browne, tratto dall’album del ’72, che viene fuso nel finale con la più recente “About My Imagination” del 2002. Al suo ritorno sul palco accoglie la platea con “Late For The Sky”, “Something Fine” e “Running On Empty”, dall’omonimo album dal vivo del 1977, probabilmente l’ultimo disco davvero rilevante della carriera dell’oggi 60enne cantautore.

Scompare e riappare. Il pubblico scalpita. I bis arrivano come pioggia breve ma intensa: “The Load Out” che sfocia in “Stay”, vocalizzata alla perfezione fino alle sue altissime note dal tastierista Jeff Young. Saluta e scompare nuovamente dietro le quinte per non tornare più. Difficile essere sazi. Le luci si accendono. Gli anni ’70 svaniscono. Purtroppo.

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