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Sarah McKenzie al Roma Jazz Festival 2015, report live

Ormai non più timido astro nascente dalle grandi potenzialità ma stella sempre più fulgida nel firmamento del vocal jazz femminile, Sarah McKenzie si esibisce il 20 novembre 2015 nell’intimità del Teatro Studio G. Borgna, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione del 39° Roma Jazz Festival. La giovane pianista e cantante australiana vanta un bagaglio già colmo di collaborazioni di alto rango (Michael Bublé, Chris Botti, John Patitucci, Enrico Rava), diversi premi (tra i quali un ARIA Award, il Grammy australiano), il diploma alBerkleeCollege of Music e il terzo album, “WeCould be lovers”, uscito nel 2014.

L’evento desta curiosità anche per le presunte somiglianze fisiche e timbriche a causa delle quali il pubblico da tempoconsideraSarah McKenziel’erede naturale di Diana Krall, fattore sul quale potrebbe aver abilmente inciso anche il marketing, al netto delle innegabili doti artistiche della vocalist australiana.

La formazione, che vede il chitarristaJo Caleb strategicamente postoal centro dello stage, Tom Farmer al contrabbasso e l’italiano Marco Valeri alla batteria, dà inizio al concerto con “Don’ttempt me” e “Just the way you look tonight”. Il successivo “That’sit, I quit!” è più ironico e movimentato, sullo stile di Cole Porter, una forma di “piccolo frustration”, come afferma la McKenzie rivolgendosi al pubblico col suo sorriso pulito e disarmante.

Il moodè quello di un jazz classico, aderente allo stile degli standard dei songbook statunitensi. Non ci sono interminabili, acidi assoli solipsistici o cascate di note. Il grande feeling tra i musicisti produce improvvisazioni molto godibili, pacate, gradevoli e assolutamente ben eseguite. Il tocco di Sarah è leggero, delicato, preciso, misurato. Il pubblico gradisce e risponde sulla stessa scia: applausi sinceri ma abbottonati.

È il momento di “Quoi, Quoi, Quoi”, il brano più spensierato dell’ultimo album: una classica bossanova, ben costruita, fresca, leggera, scevra dagli elementi malinconici della musica brasiliana. Sorridendo, la McKenzie racconta di essersi ispirata al suo primo innamoramento, quando si sentiva felice senza capirne il motivo.

Ma le sue notevoli doti interpretative emergono con vivida chiarezza quando il pathos dei brani si scalda e innesca una tecnica vocale che sottolinea sfumature timbriche da cantante nera. “Love me or leave me”, “The music ismagic” e “I’vegot the blues tonight” ricreano l’atmosfera di vecchi night club e sembrano un po’ smuovere ascoltatori fin troppo introversi.

A scioglierli del tutto saranno due arrangiamenti, accorati e passionali. “Fragile” di Sting, cantato “perché la musica e i sognatori non possono essere fermati dalla difficile settimana che il mondo ha subito”; Embraceableyou”, bis eseguito con voce e chitarra come ideale abbraccio al pubblico ed aGershwin, prima di poter gustare crostata e caffè, che Sarah McKenzie sembra apprezzare molto, insieme al resto del nostro Paese.

Non possiamo dirvi se Sarah McKenzie diverrà mai l’erede di Diana Krall. Francamente, riteniamo che tra le due esistano delle differenze, grandi o piccole che siano, nel timbro, nello stile e nel repertorio. Possiamo però dirvi che è un piacere poterle ascoltare entrambe, con le loro piccole o grandi differenze.

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