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Satan fears Mogwai

In un periodo di sovraesposizione da post-rock è sempre piacevole tornare alle radici del genere, godendosi i suoi padri fondatori in forma smagliante in uno dei templi della musica milanese.
Il Rolling Stone, già. Quello a cui abbiamo assistito è stato probabilmente uno degli ultimi concerti nello storico locale, e fa bene al cuore vederlo stracolmo di appassionati.

Un po’ meno bene fa il concerto di apertura del cantautore Chris Brokaw, sorta di Jeff Buckley in minore, emotivamente carico ma tecnicamente povero. Non si può che apprezzare l’umiltà, la timidezza e il trasporto con cui suona i suoi pezzi, ma il piacere finisce lì. Non usiamo la parola “strazio” perché sarebbe eccessiva, ma ci siamo capiti.

Meglio va con gli Errors (from Glasgow), ovvero una versione MySpace-danzereccia dei Battles. Electrosongs for MacBook people, tribalismi e tastierine, look da indie-nerd e tanta sfiga intellettual(oid)e sul palco. Insomma un qualcosa che sta agli assoluti antipodi del concetto di rock, fatto di sudore, sangue, sesso e siampàgn, ma che fa comunque muovere culo e neuroni al ritmo di una musica aliena. Una quarantina di minuti buoni di ideale colonna sonora di una puntata di “Big Bang Theory”, quanto basta per scaldare l’ambiente in attesa dei Mogwai.

Ed eccoli i calciofili scozzesi, gli ex ragazzini che appena ventenni iniziarono a rivoluzionare e destrutturare il rock partendo dalle intuizioni di Slint e Tortoise. Eccoli in tutta la loro infinita staticità, più interessati a far parlare gli strumenti che i propri corpi. Eccoli, carichi di ironia, potenza e magia. Salgono e scendono di volume e intensità, percorrendo in lungo e in largo una carriera fatta di tanti picchi e poche pecche. Lo fanno per due incredibili ore, nelle quali è impossibile trovare difetti.

Parliamo della loro cura maniacale del suono, per esempio: anche nei momenti in cui è il muro di suono a trionfare i Mogwai mantengono una nitidezza invidiabile, figlia del loro gusto per la melodia spaccacuore, che provenga da una tastiera o da una voce effettata. Parliamo della precisione chirurgica con cui controllano le dinamiche, gli attacchi, le strutture. Parliamo della violenza di pezzi come “Friend Of The Night” o una devastante “Batcat”, della varietà perfettamente amalgamata di queste due ore che volano in un attimo. Del silenzio quasi religioso in cui il pubblico piomba negli stacchi più soft.

Più che un concerto i Mogwai hanno offerto una dimostrazione di superiorità assoluta, una lezione a tutti i gruppi che in un modo o nell’altro si sono cimentati nell’arduo compito di suonare ciò che comunemente viene definito post-rock. Musica fatta di cuore e cervello e di cui i quattro scozzesi sono una delle espressioni più alte negli ultimi quindici anni almeno.
Se davvero doveva essere un addio al Rolling Stone, difficile immaginarne uno migliore.

I’m Jim Morrison, I’m Dead
Hunted By A Freak
Friend Of The Night
Mogwai Fear Satan
Scotland’s Shame
I Know You Are But What Am I?
I Love You, I’m Going To Blow Up Your School
The Precipice
Summer
Thank You Space Expert
2 Rights Make 1 Wrong
We’re No Here

Like Herod
Batcat

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