Home > Recensioni > Scarlett Johansson: Anywhere I Lay My Head

È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio

Sarebbe troppo facile parlare del disco solista di Scarlett Johansson infarcendo la recensione di greve ironia maschile o di sottile sarcasmo femminile. Stiamo parlando di una ragazza di 23 anni che è già musa di Woody Allen, ha recitato per Sofia Coppola, è inserita in tutte le classifiche del tipo “sex symbol più sex che symbol”… sarebbe facile scrivere qualche cattiveria sulle persone che non sanno stare al loro posto.
Il discorso si fa più interessante se guardiamo al lato musicale della ragazza. In “Lost In Translation” appariva in tutto il suo splendore, abbracciata da una colonna sonora shoegaze, composta da Kevin Shields, chitarrista dei My Bloody Valentine. Ha cantato (e bene) “Summertime” di Gershwin. Di recente è comparsa sul palco insieme ai Jesus & Mary Chain a cantare “Just Like Honey”. Si dichiara fan di Tom Waits. Ha scelto di farsi produrre (tra gli altri) da Dave Sitek, mente dei TV On The Radio.
Insomma, che non sia l’ultima arrivata, anzi?

Ecco, mettendo da parte i pregiudizi ci si rende conto che è davvero così.
“Anywhere I Lay My Head” è un bel disco. Un bel disco di cover, il che a volte è ancora più difficile. Un bel disco di cover di Tom Waits cantato da una donna! Praticamente impossibile, eppure ScarJo tira fuori dal cilindro una voce roca, monotòna e ubriaca, che si adatta perfettamente ai pezzi che interpreta. A tutto questo c’è da aggiungere l’immane lavoro di ri-arrangiamento compiuto da Sitek, che trasforma le ballate sghembe di Waits in meravigliosi pezzi di un pop sofisticato e di gran classe. Tastiere, hammond, campanellini, strumenti buffi. Tutto concorre a creare undici canzoni personali, sovrarrangiate, magniloquenti e, in definitiva, interessanti ed emozionanti. Ah già, tra le altre cose spunta anche David Bowie ai cori, così, en passant.

Non siamo di fronte ad un capolavoro, alcune cover sono ottime (“Town With No Cheer”, “Falling Down”), altre nella norma, un paio pessime (“I Don’t Wanna Grow Up” è orribile). Nel complesso, però, una cosa è sicura: non siamo di fronte ad un’operazione commerciale volta a sfruttare il nome in copertina né quel bel faccino col nasino all’insù. “Anywhere I Lay My Head” è un disco che ha un perché e una cittadinanza nel panorama musicale odierno.
Alla faccia di chi “eh vabbè quella perché è gnocca ha deciso di fare il disco così guadagna più soldi”.

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