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Sci+Fi Festival 2009: Opening

Si apre in grande stile il Sci+Fi Festival in quel di Trieste tra poltrone di teatro, illustri personaggi ed esperienze extrasensoriali.

Ospite d’onore, sebbene habituè, il maestro del terrore e della comedia Roger Corman, che assieme al pubblico di questa edizione vedrà su grande schermo un suo lavoro del 1963 “X: The Man With X-ray Eyes” col merito di aprire le danze.

Uno scienziato, il dottor Xavier, agli albori degli anni ’60 lavora su un composto in grado di sensibilizzare l’occhio, per sfruttare l’intero sprettro della luce ed arrivare così alla visione a raggi-X.

In cerca di finanziamenti da parte di una compagnia inizialmente scettica, decide dopo essersi consultato con la sua collega – nonché intermediaria – tale Dottoressa Fairfax, di sperimentare su se stesso la formula così da comprenderne gli ultimi segreti e testarne l’efficacia.

Una goccia nell’occhio destro, una goccia nell’occhio sinistro e come dalle analisi, pari una lampada psichedelica, luci e colori si mescolano per donare alla vista del dottore il potere tanto bramato.

Lo stesso Corman era titubante, durante la stesura del copione, nell’affidare il ruolo protagonista ad uno scienziato: in orgine il suo pensiero contemplava la figura di un jazzista che tramite l’assunzione per errore di una droga acquistava questo potere, ma conscio della poca fluidità della trama è passato poi ad un personaggio più usuale per queste circostanze, e ne ha sviluppato la vicenda.

Come si sa il Maestro è famoso per filmare i suoi lavori con budget limitatissimi. Infatti all’interno di tutta la pellicola non sono presenti grandi effetti o costumi: tutto è impregnato di colori in una sorta di alieno realismo sessantiano.

Il potere, come è facilemente intuibile, regala momenti di entusiasmo scientifico e non, momenti dati dal piacere della scoperta e della sperimentazione ma successivamente, quello che pareva un sogno dorato si rivela una tragica e terrificante disgrazia. Infatti il tormento visivo guiderà il professore in un concatenarsi di sventure fino ad un progressivo collasso psicofisico.

Una storia ben distribuita, che sul finire però, perde di lucidità fino allo sfibrarsi. Ma che senza ombra di dubbio, rappresenta un piccolo gioiellino del cinema di fantascienza e dell’acuta visione di un regista abituato a sognare e a raccontare le sue storie con la stessa passione di un artigiano.
[PAGEBREAK] La nebbia penetra nella serata, l’atmosfera raggiunge il suo acme espressivo tra stradine deserte, luci soffuse ed aria pesante. Sul palco tre postazioni, sicuramente una per la batteria e una per una chitarra e sullo schermo un fermo immagine austero che domina la sala.

Poche parole per quello che sta per accadere, tanta curiosità per quello che racconta il programma: “Sonorizzazione ad opera dei Massimo Volume del film “La Chute De La Maison Usher” (1928) “.

Realtà rock degli anni ’90, i Massimo Volume hanno prodotto cinque album che hanno raccolto fama e fan fino al giorno in cui il meccanismo sonoro si inceppa generando un silenzio omertoso intorno a loro. Un vuoto che ha fatto per qualche anno dimenticare la band al grande pubblico, fino alla reunion che ha comportato il loro ritorno e questa performance al S+F Festival.

Immagini vecchie, logore e al contempo tragiche si susseguono davanti agli occhi: resciuscitato dall’afono periodo cinematografico degli anni 30 “La Chute De La Maison Usher” viene rapita e metabolizzata dal gruppo che come promesso, si presterà a dare volume ed anima alla celluloide.

La scelta del film non è casuale, poiché tatticamente indroduce il ciclo su Edgar Allan Poe commemorato all’interno del fest per i duecento anni dalla nascita.
I minuti graffiati dalle imprefezioni della proiezione si susseguono; tra il sangue corrente nelle vene si viene a mescolare angoscia, un tormento nato dal pathos che non lascia liberi, che sconvolge davanti a tanta bellezza espressiva: la musica si abbina intimamente come l’epidermide al derma, in un tuttutt’uno di emozioni e luce, tra il silenzio d’estasi degli spettatori.

Non è possibile raccontare quello che si è visto o quello che si è provato ma è possibile esaltarne il ricordo, nella speranza che vi siano altre performance analoghe sia da parte della band che di altri gruppi in grado di riportare alla luce lavori che han taciuto fino ai nostri dì.

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