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Scream for me Milano!

Eccoci all’appuntamento con praticamente l’unico festival milanese sopravvissuto all’anno di crisi che ha falcidiato il Gods of Metal e l’Heineken Jammin’ Fest… anche se per fortuna il cartellone di giugno e luglio offrirà un buon numero di concerti singoli di alto livello.

A causa di alcune lungaggini alla cassa accrediti e ai vari varchi dell’Arena Fiera Live di Rho ci perdiamo buona parte dell’esibizione dei Ghost.
Il gruppo svedese porta il suo doom rock davanti a un pubblico già discretamente numeroso per l’ora pomeridiana, che si divide fra chi già conosce e stima la band mascherata e chi invece resta spiazzato dal contrasto fra la lugubre immagine satanista e la musica nettamente improntata a un oscuro hard rock settantiano. Papa Emeritus arringa la folla ieraticamente come in una celebrazione religiosa mentre i suoi Nameless Ghouls riproducono fedelmente i pezzi tratti dai due dischi pubblicati finora; lo spettacolo, aiutato da un buon sound che, ahimé, non sarà ottimale nel prosieguo della giornata, risulta meno suggestivo di quanto potrebbe essere in un fumoso club dopo la mezzanotte, ma i fan dei Ghost si fanno coinvolgere volentieri nella celebrazione a base di invocazioni a Satana e Belzebù come nell’intro di “Year Zero”.

In perfetto orario sulla tabella di marcia, salgono poi sul palco i Mastodon, ormai un pezzo da novanta del metal americano, e cominciano a scaricare sui presenti una pesante dose del loro sludge denso e massiccio, macinando un pezzo dopo l’altro senza pause e senza praticamente interazione col pubblico; purtroppo il mix sonoro estremamente confuso rende la performance pesante e difficile da seguire e solo i pezzi con le maggiori aperture melodiche, come “Blasteroid”, “Curl of the Burl” e “The Sparrow” risultano pienamente godibili; un buon numero di fan è comunque scatenato sotto il palco, ma difficilmente i Mastodon si saranno conquistati nuovi adepti in questa giornata.

Penultimi della giornata, ancora alla luce del sole ma accompagnati da tre schermi led su cui scorrono video e immagini sincronizzati alle canzoni, entrano i Megadeth, freschi di pubblicazione di un album, “Super Collider” che definire controverso sarebbe un gentile eufemismo.
Il mastermind Dave Mustaine appare pimpante e in buona forma, a differenza di quanto visto in occasione di alcune delle ultime comparse in Italia; la sua voce non è costantemente al top, ma purtroppo anche questa non è una novità. La partenza con “Trust” non è fra le più dirompenti, ma ci si riprende bene con la classica “Hangar 18″, seguita poi da “Kingmaker”, uno dei soli due o tre pezzi discreti del nuovo disco. Purtroppo ancora il suono è sotto lo standard che ci si aspetterebbe per un festival di questa caratura… volume basso e suoni impastati influiscono molto negativamente sull’impatto dei pezzi.

Dave viene raggiunto sul palco da Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, già presente per un’esibizione coi Rezophonic sul Red Bull Stage su un lato dell’arena, per duettare su A Tout Le Monde… per fortuna, perché qui la voce del rosso chitarrista mostra proprio tutti i suoi limiti! I Megadeth danno poi una prima sveglia alla platea con Sweating Bullets e Public Enemy Number One, arricchite da un’azzeccata video-scenografia; ma in fondo è il tris di classiconi finali costituito da Symphony of Destruction, Peace Sells e Holy Wars che più soddisfa i presenti e tiene alte le sorti di un’esibizione altrimenti riuscita solo a metà.
[PAGEBREAK] I quarantamila che ora affollano l’arena sono ormai tutti in trepidante attesa degli Iron Maiden; sulle note di Doctor Doctor degli Ufo si svela completamente la scenografia ispirata all’immaginario di “Seventh Son of a Seventh Son” e poco dopo parte l’intro di una roboante “Moonchild” che riporta cuore e mente indietro di oltre vent’anni!

I sei inglesi sono in gran forma, specialmente Bruce Dickinson che se da un lato canta splendidamente e a voce piena, dall’altro dimostra un’energia e una vitalità incredibili, correndo da una parte all’altra, interagendo continuamente col pubblico, interpretando anche teatralmente le canzoni fra cambi d’abito nonché di pettinature. Il resto della macchina Iron Maiden è perfettamente oliata, con Steve Harris e compagni che dimostrano il solito affiatamento, fatto anche di sguardi di intesa e ascolto gli un con gli altri che danno alla dimensione live quel calore di una volta, piccolissime imperfezioni comprese, che in molta parte del metal moderno è andato un po’ perso.

Unica pecca, spiace rimarcarlo ancora, il suono che seppur migliorato rispetto ai gruppi precedenti, è ampiamente sotto il livello di perfezione che una tale occasione meriterebbe; a parte la voce, per fortuna ben in evidenza, il resto del mix risulta un po’ soffocato e il volume dei singoli strumenti varia di continuo senza mai assestarsi anche durante le parti solistiche.
La scaletta in compenso è una vera goduria e ricalca in parte quella del tour del già citato Seventh Son of a Seventh Son con solo due concessioni al periodo post-1988: veramente difficile citare qualche pezzo in particolare!

“2 Minutes to Midnight” viene presentata con il primo dei numerosi “Scream for me Milano!” che risuoneranno per tutta la serata; sul’intro di “Afraid to Shoot Strangers” Bruce sfodera tutta la sua intensità recitativa. Con “The Number of the Beast” la scenografia inizia a diventare ancora più spettacolare grazie alla comparsa di una statua diabolica circondata da fuoco e fiamme, mentre in “Run to the Hills” un classico Eddie soldato di quattro metri si mette a scorrazzare per il palco; “Seventh Son of a Seventh Son”, con un gigantesco Eddie spolpato e il suo feto animato in mano, e la seguente “The Claivoyant” sono meno trascinanti di altre ma ricche di break strumentali e riff in armonia che fanno spuntare la lacrimuccia a ogni Maiden-fan che si rispetti.

L’irrinunciabile “Fear of the Dark” precede la conclusiva “Iron Maiden” in cui come da tradizione sbuca l’ennesimo Eddie gigante da dietro la batteria; ma naturalmente non può mancare la ripresa con i bis, aperta da una strepitosa “Aces High”… e cosa possiamo chiedere di più? Bruce Dickinson non si può mica più arrampicare sui tralicci delle luci come quando… ehi, ma lo sta facendo!!!
Dopo un’ora e tre quarti arriva la classica “Running Free” a chiudere quella che è stata una vera festa per le orecchie, gli occhi e il cuore e che è riuscita a far rivivere, o vivere per la prima volta, le emozioni più intense per l’heavy metal dell’età dell’oro.

Moonchild
Can I Play with Madness
The Prisoner
2 Minutes to Midnight
Afraid to Shoot Strangers
The Trooper
The Number of the Beast
Phantom of the Opera
Run to the Hills
Wasted Years
Seventh Son of a Seventh Son
The Clairvoyant
Fear of the Dark
Iron Maiden

Aces High
The Evil That Men Do
Running Free ?

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