Home > Report Live > Script for a jester’s tour

Script for a jester’s tour

Sull’onda dell’entusiasmo scatenato da una frenetica attività live e dal successo del singolone “Market Square Heroes”, nel lontano 1983 debuttava a 33 giri una giovane e promettente formazione neo-progressive, destinata a conquistare le vette più alte delle classifiche europee nel breve volgere di pochi album. Il disco, profondamente prog fin dal magniloquente titolo, “Script fo A Jester’s Tear”, riportava in auge un intero genere trascinando con se il carisma indiscutibile di un front-man d’eccezione, che per presenza scenica e teatralità aveva scomodato paragoni a volte neanche troppo simpatici con personaggi del calibro di Peter Gabriel e Peter Hammill.

Pochi sanno però che i Marillion furono fondati da Mick Pointer, un batterista le cui vicissitudini assomigliano moltissimo a quelle cinematografiche di Robert “Fish” Fishman, il batterista nudo di The Rocker. Come nel film, infatti, il buon Mick fondò la band, la battezzò Silmarillion, reclutò il buon Fish (strane coincidenze, vero?), la portò al contratto discografico solo per venirne poi estromesso proprio alla vigilia del grande successo. Che poi l’estromissione fosse neanche troppo ingiustificata visti gli exploit che all’epoca contraddistinsero il drumming di Pointer, è un altro paio di maniche.

Questa sera il buon vecchio Mick porta a Milano una cover-band di lusso, che si pregia della presenza di musicisti di buona caratura, per lo meno in ambito neo-prog. Basti citare, per esempio, Nick Barrett dei Pendragon e Ian Salmon degli Arena. E la porta per celebrare il venticinquesimo anniversario di quell’album, con un tour commemorativo che di quel periodo ripesca tutto, dalla scaletta ai costumi di scena, dagli stage-prop al face-paint fishiano. Come dimostra un’affluenza abbastanza scarsina (poco più di un centinaio di persone raggiungeranno il Rolling Stone), il piatto forte della serata non è alla portata di tutti i palati, e basta dare uno sguardo all’audience per riconoscere tra la sparuta folla i volti dei membri dei sempre attivi fan-club di Fish e dei Marillion, che si mischiano a qualche sostenitore dei Pendragon e degli Arena. In poche parole, un manipolo di immarcescibili prog-rocker attirati nel locale milanese da questo trip musicale a ritroso nel tempo, lungo il viale delle rimembranze.

Sbrigata abbastanza rapidamente la pratica Sinstesia, la band italiana chiamata a riscaldare per una ventina di minuti il palco del Rolling in attesa che il jester torni a vivere, arriva il turno dei nostri headliner. Le prime note di “Script For A Jester’s Tear” fanno correre i brividi lungo la schiena di un audience non straripante dal punto di vista della numerica, ma decisamente presente dal punto di visto emotivo e partecipativo. Quando poi sul palco arriva anche Brian Cummings, apriti cielo: il trucco che gli colora il viso e le vesti che porta sono una replica perfetta dello stage-attire del Pesce targato 1983. Se poi al tutto aggiungete anche la discreta somiglianza fisica tra Cummings e l’orso di Haddington…

La scaletta dello show ricalca fedelmente quella del tour di Script, ritroviamo quindi la drug-song marillioniana per eccellenza, la (finta) pianta di “The Web”, con tanto di sottile giochino di parole, il suicidio del soldato di “Forgotten Sons”, i cetrioli di “Garden Party” ma, soprattutto, l’innominabile brano che fa rima con Lendl e che per i non addetti ai lavori specifichiamo trattarsi di “Grendel”, la lunga suite con cui i Marillion citavano i Genesis riscrivendo le gesta del mostro antagonista di Beowulf. E qui scatta un po’ la lacrimuccia: quando all’epoca la band proponeva il brano, durante la sezione in cui entrava in scena il mostro Fish usava indossare un vecchio elmo di plastica. Quell’elmo è diventato una sorta di reliquia. Abbandonato tristemente a far polvere, diversi anni dopo la reliquia in questione fu messa all’asta dallo stesso Fish, scatenando una sorta di guerra santa tra i fan, con rischio (concreto) di veder finire l’elmo oltremanica. Di rialzo in rialzo l’asta fu vinta da un fan italiano, guarda caso stasera presente tra il pubblico. Ed è così che quando il buon Cummings si accinge ad indossare la sua invero bruttarella replica, ecco spuntare l’elmo originale, che torna finalmente in azione dopo più di venti anni di meritato riposo, salutato da una neanche troppo velata standing-ovation.

Sulle note di “Margaret” si chiude un concerto vissuto dai presenti come una sorta di festa, quasi una mini-convention di vecchi amici ritrovatisi per rievocare i fasti di un tempo che pare oramai così lontano. La band, visibilmente commossa e soddisfatta, nell’after-show si darà in pasto al pubblico per il classico rituale delle foto, degli autografi e delle pacche sulle spalle, con finale di serata in birreria, come ai vecchi tempi. I più non capiranno, ma per quel centinaio di quarantenni, di cui il vostro umile recensore si pregia di far parte, è stata una serata un po’ speciale.

Script For A Jester’s Tear
He Knows You Know
The Web
Garden Party
Chelsea Monday
Forgotten Sons
Three Boats Down From The Candy
Market Square Heroes
Grendel
—————-
Margaret

Scroll To Top