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Scrivere la realtà

Nel vasto e multiforme panorama del cinema di oggi, i documentari sono figure indipendenti, singolari, diverse per costituzione, un po’ per la diffidenza di una distribuzione che fatica a considerarli film a tutti gli effetti e raramente li porta nelle sale, un po’ perché, se si sceglie di raccontare fatti e persone reali, tempi e modi della messa in scena cambiano radicalmente. E il processo di scrittura cinematografica, in particolare, va ripensato secondo criteri di flessibilità e apertura.
Ne parliamo con Erika Tasini, a pochi giorni dalla conclusione del Sundance Film Festival dove è stato presentato, nella sezione World Cinema Documentary, “An African Election“, un documentario di Jarreth Merz al quale la regista italiana, molto attiva però anche negli Stati Uniti tra cinema e teatro, ha lavorato come co-sceneggiatrice.
Riminese, un master in regia alla University of California di Los Angeles, Erika ha appena terminato la sceneggiatura del suo primo lungometraggio e si definisce «una regista che scrive, innanzitutto per sé, ma che sa mettere le proprie competenze anche al servizio di progetti pensati da altri, come appunto questo documentario».

“An African Election” è incentrato sulle elezioni presidenziali ghanesi del 2008, un argomento certamente non semplice da proporre al pubblico europeo o statunitense: com’è nata e come si è sviluppata l’idea del film? Qual è stato il tuo ruolo a fianco del regista?
Jarreth Merz, il regista, è innanzitutto un amico che in passato avevo diretto in teatro come attore; “An African Election” è nato come un progetto molto personale per lui, visto che è per metà svizzero e per metà ghanese e tra i due paesi ha trascorso l’infanzia; Jarreth non voleva però proporre una riflessione sul Ghana che risultasse troppo legata al suo privato, perciò ha scelto per il film una direzione più politica e sociale che potesse apparire maggiormente interessante anche agli occhi di un pubblico non ghanese, tanto più che proprio nel 2008, mentre in USA era in corso la campagna di Barack Obama, il Ghana si preparava alle proprie elezioni presidenziali.
La pre-produzione è stata tutt’altro che semplice, sia da un punto di vista pratico che concettuale: si doveva non solo organizzare il viaggio e la permanenza in Ghana di due troupe ma anche stabilire, sia pure a grandi linee, quale sarebbe stata la struttura del documentario e le strategie migliori per muoversi in Africa e ottenere i materiali necessari. In questa fase ovviamente non c’era ancora uno schema preciso, in un documentario la scrittura avviene soprattutto a posteriori sulla base di ciò che si riesce a raccogliere.
L’elezione ci forniva però una cornice narrativa definita e molto efficace, con un inizio, uno sviluppo e una fine, consentendoci di focalizzarci su un periodo di tempo limitato; inoltre, da un punto di vista più teorico, studiare la campagna elettorale e le operazioni di voto era un’ottima un’occasione per porci – e porre – domande sul significato di democrazia in un paese africano e sulle condizioni, ben diverse da quelle occidentali, che consentono o meno il farsi di tale processo democratico.

Jarreth, partito per il Ghana a fine agosto 2008, pensava di restarci fino a dicembre ma l’elezione presidenziale si rivelò più complicata del previsto, con più turni di voto e la troupe rimase in Africa fino a metà gennaio 2009. Tornarono in Europa, a Lugano, con 220 ore di girato: dopo tre mesi passati a visionare i materiali, erano arrivati a una versione provvisoria di quattro ore, chiaramente improponibile per una normale distribuzione. A quel punto mi chiamarono: dovevamo cercare di recuperare il filo di una narrazione che risultasse efficace e sintetica e ci siamo nuovamente re-interrogati su alcune questioni fondamentali per capire che tipo di storia volevano raccontare, a chi volevamo dar voce, se solo ai candidati o alla popolazione facendone un racconto corale. La prima versione che Jarreth e i suoi collaboratori avevano messo a punto era buona, benché lunga, tuttavia non avevano tenuto conto della necessità di fornire immediatamente allo spettatore delle informazioni apparentemente banali ma basilari: quali sono le caratteristiche dei partiti contrapposti? Come si svolge un’elezione in Ghana? Era essenziale trovare un modo per catturare subito l’attenzione del pubblico, immergerlo nell’azione: stavamo lavorando a un documentario politico ma dovevamo riuscire a pensarlo quasi come un thriller, riuscire a far percepire l’urgenza nello svolgersi dell’azione drammatica.
Il vero processo di scrittura, insomma, si è svolto in post-produzione, durante i 14 mesi di montaggio: abbiamo ricostruito la storia, preparato una scaletta, arrivando per gradi alla versione definitiva di 90 minuti. Quando realizzi un documentario non puoi scrivere una sceneggiatura e poi realizzarla, come avviene normalmente col cinema “di finzione”, devi semplicemente fare delle ipotesi di lavoro da verificare sul campo e solo dopo intervenire sul girato per definire un filo narrativo.
[PAGEBREAK] È stato complicato per Jarreth e i suoi collaboratori filmare in Ghana?
Guardando il documentario si ha l’impressione, anche grazie all’azione di sintesi e ottimizzazione del montaggio, che le troupe abbiano potuto contare su un buon accesso ai comizi, ai seggi elettorali dove spesso si formavano file lunghissime per votare, e anche alla cosiddetta “Strong Room”, la stanza di osservazione nella quale confluiscono i risultati in diretta e dove non di rado nascevano contrasti tra i rappresentanti delle parti avverse. La famiglia ghanese di Jarreth non ha posizioni partitiche particolarmente nette, tuttavia suo padre si è sempre interessato di politica e credo che anche questo abbia contribuito a facilitare il dialogo e i contatti sul territorio.
La troupe ha vissuto un momento difficile quando, nel momento in cui le elezioni dovevano essere ripetute, c’è stata una notte di forti scontri: la gente era stanca, iniziava a dubitare della validità del processo democratico di voto. A quel punto Jarreth ha deciso di restare da solo in strada a filmare, chiedendo ai direttori della fotografia di rientrare perché non se la sentiva di mettere in pericolo delle persone che, per quanto appassionate, stavano pur sempre lavorando a un suo progetto.

Com’è stato accolto “An African Election” al Sundance Film Festival?

Il film è stato recepito molto bene. Avevamo fatto una premiere in precedenza all’IDFA di Amsterdam, un festival davvero bello ma frequentato soprattutto da addetti ai lavori; il pubblico del Sundance Festival, anche se competente e composto da appassionati, è invece più variegato e non sapevamo cosa aspettarci. Abbiamo trovato spettatori partecipi, in gran parte nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, capaci di porre domande interessanti, disponibili ad addentrarsi in questioni di cui si ha quasi sempre scarsissima conoscenza. Negli Stati Uniti e in Europa si tende a mettere tutta l’Africa in un unico contenitore ma le differenze tra le nazioni sono enormi: il Ghana, che è stato il primo paese a raggiungere l’indipendenza, ha un buon livello di organizzazione politico-sociale.

Il film verrà distribuito in Italia? Negli Stati Uniti com’è la situazione del cinema documentaristico dal punto di vista della distribuzione?
“An African Election” arriverà in Italia probabilmente nel circuito dei festival (da questo punto di vista la partecipazione al Sundance dà molto visibilità), anche se la nostra priorità sarebbe quella di portarlo nelle sale. Non è facile ottenere un’adeguata distribuzione per un documentario, nemmeno negli Stati Uniti, specialmente dopo la crisi economica iniziata nel 2008. Quest’anno al Sundance Festival, rispetto all’ultimo periodo, è stato acquistato un numero maggiore di film destinati alle sale cinematografiche ma a un prezzo più basso; lì si inizia quindi a pensare a nuove possibilità distributive, come quella del VOD (video on demand) che permeterre di scaricare da Internet contenuti video a pagamento. Un’altra strada percorribile, anche per il nostro documentario, è quella della trasmissione tv, diversi canali europei ci hanno dimostrato interesse.

In Africa il film è stato o sarà visto?

Non ancora. La nostra intenzione è quella di far girare il documentario in più paesi, partendo chiaramente dal Ghana, e utilizzando anche in Africa la rete dei festival che è vitale e attiva, anche se noi spesso non la conosciamo e non la seguiamo. Penso al festival di Marrakech, ad esempio.
Vogliamo però portare il film anche in zone meno centrali e urbane e soprattutto farlo vedere ai ghanesi, visto che i protagonisti sono loro.

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