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Scuola Media: Si scrive scuola, si legge democrazia

Esiste una scuola media in Italia dove gli insegnanti devono combattere con i genitori per convincerli a mandare i figli a scuola? Esiste, e mica solo una. Alla luce dei recenti attacchi del presidente del consiglio alla scuola pubblica, «dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori», il discorso diventa articolato, e il documentario “Scuola Media” di Marco Santarelli si inserisce come documento di grande interesse in un contesto attualissimo.

Siamo a Taranto, città portuale e industriale, sede di uno dei maggiori stabilimenti siderurgici in Italia, l’ILVA, fonte di occupazione nonostante la progressiva crisi del settore. Il regista ci porta in una scuola di periferia, una delle tipiche periferie del mondo: casermoni popolari gettati nel nulla a deturpare il territorio e creare marginalità e ghettizzazione, data l’assenza pressocchè totale di servizi e luoghi di socialità, per cui le famiglie che vi abitano, in genere sulla soglia della povertà e con un basso grado di istruzione, a volte anche coinvolte in precedenti di micro e macro criminalità, sono totalmente abbandonate a loro stesse.

Quanto appena descritto, che è il contesto in cui va inquadrato il documentario, lo apprendiamo dai discorsi tra insegnanti e alunni: la videocamera non si sposta mai dalla scuola ma indaga da una prospettiva definita le cause che rendono quella che dovrebbe essere normale prassi, fare attività didattica, una continua battaglia contro i fondi che scarseggiano – per cui è impossibile materialmente fare lezione –, contro una parte dei genitori completamente disinteressata ai propri figli e contro gli alunni più “critici”, quelli che pur essendo alle scuole medie presentano forti lacune nello scrivere, nel leggere e nel far di conto. Spesso sono i ragazzi più svegli, perché già educati, forgiati da una vita per niente facile, che li ha portati a confrontarsi con problemi più grandi di loro. Santarelli si concentra sul rapporto insegnante-alunno, dal quale si evince il profilo nobile dell’insegnante, chiamato a proporsi prima di tutto come punto di riferimento educativo forte nei confronti di ragazzi che ne hanno troppo pochi, di punti di riferimento.
[PAGEBREAK] Cosa significa fare scuola pubblica oggi in Italia? È questa la domanda che si pone Santarelli, e il suo film si trasforma in testimonianza di un frammento di realtà eloquente, in cui la scuola pubblica (e quindi dello Stato), gratuita, libera e aperta a tutti, appare come il primo baluardo di democrazia, che dovrebbe essere difeso a spada tratta da chi “è” lo Stato. Uno Stato civile si fonda sul grado di istruzione del suo popolo, e se è vero, come sosteneva Hegel, che «l’educazione è l’arte di rendere l’uomo etico», appare chiaro che la scuola pubblica viene percepita come “inutile” – o meglio, improduttiva – perché non genera alcun utile monetario, a differenza delle scuole private. La scuola pubblica appare non solo inutile, ma anche potenzialmente dannosa in un’ottica in cui i rapporti umani sono mercificati ad ogni livello, politico, lavorativo, e anche nella sfera privata (cioè, io do qualcosa a te solo se tu dai qualcosa a me, che mi torni utile, a prescindere dalle tue competenze). Sembra non destare interesse l’idea di una scuola che abbia come unico scopo quello di educare (e non inculcare) alla conoscenza, ai valori della convivenza civile di un paese democratico, e, nel più nobile dei casi, a fornire quel “di più” che va oltre la mera memorizzazione di fatti, formule, opere, cioè a fornire gli strumenti per l’esercizio di una coscienza critica da parte dello studente-cittadino, per cui le nozioni e i concetti appresi a scuola sono solo la base imprescindibile per la formazione di un essere umanp consapevole, e quindi libero.

A scuola non si impara a pensare “in un certo modo”, non si indottrina nessuna ideologia, e non si impara neanche a pensare, a scuola vengono forniti gli strumenti necessari ad esercitare il libero pensiero, e nel migliore dei casi le classi diventano esempi di piccole assemblee democratiche, luogo di confronto e scambio di opinioni, opinioni che si sono formate grazie al proprio vissuto ma anche grazie alle conoscenze apprese a scuola (e sui libri letti per puro interesse), senza le quali dunque le opinioni hanno le gambe corte – se non conosci un argomento, non puoi neanche esprimere un’opinione su di esso.
Se non si ha rispetto della scuola pubblica, un film come “Scuola Media” appare pericolosamente surreale e quella che è una verità di denuncia sociale viene bollata come “i soliti problemi del Sud”, come se il Sud fosse per definizione sinonimo di “malfunzionamento della cosa pubblica”, e con un po’ di disprezzo, quello che rende forte e arrogante l’ignorante, si relegasse questa situazione a marcire come se questa fosse la sua evoluzione naturale, “tanto i meridionali sono fatti così”, come a dire, “non sono capaci”.

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