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Se lo dice Thurston…

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Nell’underground si tratta sempre e solo di scavare. “Chi s’accontenta gode” dice il proverbio, ma in questo caso ad aver ragione è chi vuole andare oltre la superficie indagando, comparando e scegliendo. Bisogna saper separare il grano dal loglio per imbattersi in gruppi come gli Whines da Portland, le cui sonorità al primo impatto rischiano di ingannare l’ascoltatore imprudente che potrebbe bollarli come l’ennesimo prodotto del carrozzone garage indie lo-fi, in continua proliferazione da quando i suoi fumosi riverberi e la sua estetica DIY hanno raggiunto un alto numero di consensi nell’ambiente indipendente.

Non vanno presi troppo alla leggera questi Whines. Nelle loro canzoni c’è una curiosa vena pop, un’orecchiabilità di superficie che può risultare fuorviante e recluderli in ambiti sonori che non gli spettano: l’anima della loro musica è ben più profonda e deviante, ricca di suggestioni sia intime che epidermiche. Adottati dai concittadini Eat Skull, gli Whines ne mantengono vive le perversioni sonore non attraverso una pedissequa riproposizione, ma personalizzandole e traslandole in forme nuove. Le loro instabili radici affondano in territori paludosi, in cui suggestioni folk si elettrizzano a contatto con umori space-psych.

A distanza di più di un anno dall’uscita del disco d’esordio, il singolo Insane OK, la Meds Records ha pubblicato il primo LP del gruppo, “Hell To Play”: dieci tracce in cui le varie anime del gruppo si fondono e confondono a perfezione in un arcobaleno musicale ricco di inusitate variazioni cromatiche. Superare la scorza lo-fi ed accettare una filosofia sonora che fa del minimalismo la sua prima regola significa intraprendere un viaggio in un’universo sonoro di rara sincerità ed originalità. D’altronde sembra che Mr. Thurston Moore sia un grande estimatore del gruppo: non male come garanzia di qualità, tutto sommato.

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