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I “Secchi” dell’animazione italiana secondo Edo Natoli

Un film italiano in stop motion non è spettacolo da tutti i giorni. Alla 50esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro in questi giorni, nella sezione tutta da scoprire dedicata all’animazione italiana, c’è l’opportunità di ammirare “Secchi”, cortometraggio animato di Edo Natoli che è un esempio di animazione passo uno divertente e curato nel dettaglio, già presentato e premiato alle Giornate degli Autori della scorsa Mostra di Venezia.

L’estetica richiama subito i freak di Tim Burton, emarginati e sull’orlo della depressione, ma custodi di capacità e talenti preziosi. In questo caso però i “Secchi” (che sta per “secchioni” di scuola elementare) invece che zimbelli sulla via della redenzione fanno il percorso inverso: da studenti orgogliosi finiscono per imparare una lezione umiliante. I personaggi non parlano ma il corto è narrato da una voce fuori campo, prestata per l’occasione da Pierfrancesco Favino.

Nonostante la rinuncia all’animazione delle espressioni facciali, che avrebbe richiesto un lavoro eccessivo relativamente a quello che ci possiamo permettere sul mercato italiano, le microscenografie e i costumi da libro Cuore sono suggestivi; il contrasto con l’umorismo quasi fantozziano di questi “bimbi brutti” (brutti quanto i loro nomi: Gianenzo, Pancraziomaria, e la mitica Luigifausta) contribuisce a definire l’obiettivo e la ragione di esistere di “Secchi”: una dimostrazione di abilità tecnica e creativa, evitando di prendersi sul serio.

“Secchi” è l’esordio alla regia dell’attore Edoardo Natoli, già visto nei recenti “Romanzo di una strage” e “Noi credevamo”, e prossimamente nel nuovo film di Mario Martone “Il giovane favoloso” dedicato a Giacomo Leopardi.

«Ero stanco di sentire da parte dei colleghi frasi come “sto aspettando una risposta dal produttore”, “il produttore non vuole” o “il produttore mi farà girare il film tra quattro anni”. Così —spiega il trentunenne Natoli  — ho affrontato questa esperienza in modo del tutto autonomo: mi sono dato tre mesi di tempo per concludere il lavoro e ho allestito il set nel salotto di casa mia. I tre mesi poi si sono trasformati in due anni, avevo decisamente sottovalutato la complessità del progetto».

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