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Sei film per resistere all’isolamento

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Lo sappiamo, siamo tutti qui a pubblicare liste. Cercare modi per resistere, ripensare la socialità nel periodo dell’isolamento sociale.

Il Cinema, quello in sala, si è dovuto prendere una pausa. E allora ecco che che fioccano consigli di visioni da ogni parte, oggi che abbiamo a disposizione diversi servizi di streaming per portare il cinema nelle nostre case, anche senza bisogno di supporti fisici. 

Anche noi della redazione di Loudvision abbiamo deciso di darvi qualche consiglio di visione, ma a modo nostro. Parliamo di cinema, certo. Ma a sua volta, il cinema ci parla della vita, l’universo e tutto quanto.

Abbiamo, quindi, scelto di condividere con voi spunti, ricordi, riflessioni personali sul periodo che stiamo vivendo, con la massima libertà. Senza mai dimenticare che, in questa situazione difficile, avere la possibilità di passare questo tempo a casa a vedere film rappresenta un privilegio. 

Film per pensare ad altro, per combattere l’ansia o per affrontarla di petto. Film fantastici, di fantascienza, horror, thriller o lungometraggi animati. Classici o meno classici, per attraversare lo spazio e il tempo. Un film per decennio, senza nemmeno farlo volontariamente, da rivedere o riscoprire, adesso che dobbiamo restare a casa. 

Sperando che vi faccia piacere, partiamo!


C’era una volta… (1967)

“C’era una volta”, un fantastico salto indietro nel tempo con la favola erudita di Francesco Rosi.

XVII secolo, Regno di Napoli: un principe spagnolo, impossibilmente bello e testardo, incontra l’altrettanto splendida e cocciuta popolana Isabella mentre è impegnato a domare un cavallo. Rodrigo si invaghisce subito della donna ma il loro temperamento irascibile, complici l’insormontabile differenza di classe e qualche azzeccatissimo incantesimo, si metteranno in mezzo a ostacolare il loro destino.

Di scene indimenticabili questo film ne regala tante, accompagnate dagli egualmente memorabili temi musicali di Piccioni, ma il senso di meraviglia che si prova nel momento in cui il principe ritrova Isabella dopo aver vagato per i vari ambienti del palazzo seguendo una misteriosa scia di farina è davvero insuperabile.

Nel 1967 Sophia Loren e Omar Sharif hanno dato vita a una storia d’amore intrisa di magia e cultura nostrana, una “Cenerentola all’italiana” – è infatti (anche) con questo titolo che venne distribuito negli USA – che in realtà altro non è che una trasposizione deliziosa di una serie di spunti tratti da “Lo cunto de li cunti” di Giovan Battista Basile, con quasi 50 anni di anticipo sul mirabile lavoro di Matteo Garrone. Un film che vale davvero la pena (ri)scoprire.

Angelica Vianello

↪ Disponibile su Sky on demand e in streaming a noleggio.  

Brood – La covata malefica (1979)

Con questa pellicola, il giovane regista di belle speranze David Cronenberg entra ufficialmente nel sistema, e lo infetta dall’interno. Dopo alcuni corti e film sperimentali, e degli instant cult come “Il demone sotto la pelle” e “Rabid”, gli vengono affidati un budget più corposo ed un cast all’altezza, e li usa per gettare definitivamente le basi della sua poetica. Niente virus o fluidi mortali: questa volta, il male ce lo portiamo dentro dalla nascita. Sono le nostre emozioni, la rabbia in questo caso, a farsi carne viva e deforme , che deflagra in un quotidiano raggelato e raggelante. 

La psicoplasmia praticata dal dottor Raglan (un monumentale Oliver Reed) nei confronti di Nola Carveth (Samantha Eggar, bellissima e minacciosa), che le fa letteralmente partorire degli esseri deformi  emanazioni della sua ira, è alla base di tutta la filmografia del regista canadese. Psico – plasmia : ovvero l’immaterialità della psiche che riesce ad intervenire fisicamente sulla materialità del corpo, per creare nuove forme, una “nuova carne”

Cronenberg “normalizza” il suo stile, calandoci in un contesto di alta borghesia,  disseminando piccoli momenti di inquietudine, fino ad esplodere lentamente nel delirante finale, dove le teorie del dottor Raglan verranno portate alle estreme conseguenze. 

A rimanere particolarmente impressa nella memoria, la sequenza dell’omicidio della maestra d’asilo, perpetrata dai piccoli esseri che si mescolano infidamente tra i bambini, per la lezione del mattino, fino alla devastante esplosione di violenza. 

L’incursione dell’irrazionale nella rassicurante normalità, il tutto ripreso alla luce chiarissima del sole. Magistrale, ed inquietante.

Angelo D’Elia 

↪ Disponibile in streaming su Prime Video e a noleggio.

Il signore del male (1987)

Questo non è un sogno, recita il messaggio dal futuro di “Il signore del male” di John Carpenter. Nel nostro caso non lo è davvero, anche se l’isolamento sembra in grado di mettere alla prova la percezione del reale. Vi siete mai fermati a pensare, in questi giorni tutti uguali, «Non avrei mai creduto di vivere un’esperienza simile. Che cosa da film».

Spesso tendiamo – io per prima – a riportare la realtà alle strutture della narrazione fantastica. Lo facciamo un po’ perché l’horror, la fantascienza, la distopia hanno raccontato, anticipato e analizzato ogni tipo di situazione al limite. E questo immaginario funziona per noi come i vecchi miti: sono “mattoncini” con cui costruiamo la nostra tradizione popolare condivisa. 

Lo facciamo anche perché, quando si tratta di massimi sistemi di cui non cogliamo ogni singola sfumatura, ci sentiamo spettatori. Riportare tutto al regno dell’impossibile, ci permette di prendere le distanze. In qualche modo ci conforta. E, proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno, sprechiamo la capacità del genere di farci riflettere sul reale. Quello che vi propongo di fare, invece, è immergervi nel genere, “sentire” il genere, smettere di mantenere le distanze. 

«Lasciate credere agli altri che questa sia l’unica realtà, perché la nostra logica crolla a livello subatomico tra fantasmi ed ombre» diceva in “Il signore del male” il prof. Howard Birack, interpretato da un sempre straordinario Victor Wong

Ed è forse il motivo per il quale io vi consiglio di riscoprire questo film di Carpenter con protagonista Donald Pleasence, uno dei miei preferiti di sempre, parte della sua “Trilogia dell’Apocalisse” insieme a “La cosa” e “Il seme della follia”. Proprio questo, ricordato per il cameo di Alice Cooper, ma spesso considerato – a torto – minore.

Perché si tratta di uno dei pochi che sia mai riuscito a trasportare su schermo la paura dell’inconoscibile e la dimensione della ricerca tipica di Lovecraft, pur non adattando direttamente nessuna delle sue opere. Perché mostra una situazione di assedio, assimilabile, almeno emotivamente, al nostro isolamento domestico. Perché butta lì tutta una serie di spunti che consentono grande libertà d’interpretazione. Perché ci mette di fronte alla paura dell’ignoto, non per esorcizzarla, ma per scendere a patti con lei. Forse, anche quello che stiamo vivendo oggi potrebbe essere considerato un messaggio proveniente dal nostro futuro. Sta a noi, una volta tornati alla realtà, smettere di ritenerci spettatori. 

Cristina Resa

↪ Disponibile in streaming a noleggio.

Eyes Wide Shut (1999)

FUCK. La filmografia di uno dei più grandi cineasti dell’intera storia della Settima Arte si chiude con una parola, con un invito perentorio, con una coppia di coniugi che cerca di ricomporre una frattura, affettiva ma soprattutto sessuale, nel luogo probabilmente meno adatto o deputato nel comune immaginario: un negozio di giocattoli, poco prima di Natale, uno di quegl’immensi negozi newyorkesi che abbiamo imparato ad amare e sognare da bambini anche noi, attraverso il cinema, in film come “Mamma, ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York”. 

Si sono smarriti anche Bill e Alice, Tom Cruise e Nicole Kidman, LA coppia hollywoodiana per eccellenza in quel 1999 di fine secolo, coppia destinata a durare poco, a smarrirsi per sempre non molto dopo quei titoli di coda in cui sembravano, invece, di nuovo uniti.

Un film di opposti a partire dal titolo, con quegli occhi chiusi e aperti al contempo, con l’uomo e la donna, con il sogno e la realtà a contrapporsi e insieme a compenetrarsi, a confondere le linee di demarcazione tra l’uno e l’altra. Dove risiede l’erotismo? Nella testa o negli organi riproduttivi, nell’azione o nel pensiero, nella pratica o nell’immaginazione? 

Bill rimane stordito dal racconto di una fantasia di Alice, di un atto non consumato, e vaga nella notte, incontra doppi e tripli specchi di sé e della sua compagna, cerca disperatamente di consumare un atto sessuale per vendicarsi di uno NON consumato, ma che ritorna sempre, imperterrito, visivamente volgare come solo l’immaginazione di un piccolo uomo può essere.

Perché è il film perfetto da vedere e rivedere in questi giorni di obbligato domicilio coatto? Perché la dicotomia è diventata la cifra del nostro tempo, nel giro di pochi giorni, siamo tutti liberi e reclusi, forti e timorosi, sani e impauriti dalla malattia. Perché il sesso è diventato una dimensione completamente nuova, irraggiungibile per chi è a casa da solo, quotidianamente da ridefinire per chi invece è in coppia. La fantasia masturbatoria e la routine sentimentale, chi uscirà vincitore da questo scontro epico? Ma poi, è davvero uno scontro? La promiscuità sessuale delle fantasie si può rinchiudere fuori dalla porta della coppia, o farà sempre da terzo incomodo nel letto a due piazze?

Kubrick ci parla di questo, in un’opera lontana dalla senilità ma lanciata senza rete nel vuoto cosmico, destinata a non invecchiare mai, unico film ancora perfettamente adattabile ai nostri giorni, quando ogni pellicola sembra “in costume”, con tutti quegli abbracci, quei baci, quegli abbattimenti del “distanziamento sociale”, nuovo distopico concetto non più relegato al cinema, ma al quotidiano. E allora FUCK, con la mente e con i corpi. Il nuovo secolo, il XXI, si apriva con una battuta semplice e fenomenale, pronunciata e scritta ancor prima del suo effettivo inizio da una Kidman “fumata” e dolente: «Se voi uomini solo sapeste…».

Donato D’Elia 

↪Disponibile in streaming su Infinity e a noleggio.

Atlantis – L’impero perduto (2001)

Tra i Classici Disney che verranno riproposti nel nuovo canale streaming Disney +, ce n’è uno che nel corso degli anni è stato piuttosto accantonato, ma che trova adesso ottima occasione d’interessante ripescaggio: “Atlantis – L’impero perduto”.

Il film d’animazione era uscito nel 2001, dopo “Le follie dell’imperatore” e l’anno precedente di “Lilo & Stitch”, ed era stato diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise, che condussero anche la regia de “La Bella e la Bestia” nel ’91 e de “Il Gobbo di Notre Dame” nel ’96.

La peculiarità di “Atlantis – L’impero perduto” non è soltanto tecnica (è stato girato con una pellicola 70mm). Le sue atmosfere richiamano “Ventimila leghe sotto i mari”, “Indiana Jones” e naturalmente il mito che per primo fu narrato da Platone nel IV secolo a.C.

La storia è quella del linguista Milo Thatch che, cogliendo l’eredità del nonno, si convince dell’esistenza di una civiltà sconosciuta e le cui tracce nessuno ha mai rilevato, ma che sono racchiuse nel misterioso diario del vecchio Pastore. Ovviamente tutti lo credono pazzo, ma come nelle migliori avventure in mondi fantastici, ne basterà solo uno per dare il la alla spedizione del secolo, il tutto accompagnato da note estetiche steampunk: sia per i costumi dei personaggi che nei macchinari a vapore utilizzati.

Nella sua semplicità, “Atlantis – L’impero perduto” tocca anche antiche tematiche di colonizzazione senza scrupoli. Ma, al di là di quello, sfiora corde di desideri di scoperta e viaggi in terre lontane che ognuno di noi da bambino ha sognato. E che, in tempi così, è molto utile andare a stuzzicare.

Samanta De Santis

↪Disponibile in streaming su Disney +.

 

Interstellar (2014)

Ho deciso di riguardare “Interstellar” qualche giorno fa per due ragioni: la fantasia di un viaggio spaziale che compensasse la reclusione forzata e distraesse dalle ansie ipocondriache e apocalittiche; la necessità di rivalutare un film che ai tempi delle prime visioni ha sofferto delle mie aspettative troppo alte.

Dopo tanti anni avevo dimenticato che “Interstellar” è a tutti gli effetti un film post-apocalittico, quindi l’intenzione ansiolitica è andata presto a farsi benedire. È anzi persino una storia con delle notevoli somiglianze con la nostra attuale resistenza alla pandemia. 

Nella premessa del film una lenta e inesorabile calamità climatica decima le coltivazioni e la società intera si riadatta per ottimizzare le attività e le risorse, mentre un gruppo di scienziati (in segreto, dopo che l’umanità si è rassegnata) tenta la strada della colonizzazione spaziale per scampare alla catastrofe. 

Noi, nel virulento 2020, almeno vediamo la luce in fondo al tunnel, ma lo sforzo profuso e il livello di cooperazione a cui abbiamo risposto ricorda molto le premesse del kolossal di Jonathan e Christopher Nolan.

Quanto al rivalutarlo, devo ammettere che le pecche rilevate all’uscita del film sono ancora lì ad appesantire una storia che poteva essere agile come un’epica omerica: troppi dialoghi, troppi “spiegoni”, pessimo cast. Ma stavolta lo sapevo, e ho potuto apprezzare di più le immagini astronomiche, le atmosfere claustrofobiche, e gli organi fatalistici della magnifica colonna sonora di Hans Zimmer, che ormai ho adottato anche come colonna sonora della mia quarantena.

Francesco Ferrone

↪ Disponibile in streaming su Netflix e Prime Video.

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