Home > Recensioni > Selma – La strada per la libertà

Nel fiume di commenti e lamentele che hanno seguito l’annuncio delle nomination agli Oscar 2015, “Selma” è emerso come uno dei maggiori snobbati: il film che Ava DuVernay ha dedicato Martin Luther King e alle sue battaglie non violente per i diritti degli afroamericani ha conquistato infatti solo due candidature, come best picture e per la canzone “Glory” di John Legend e Common.

Quello firmato da DuVernay su sceneggiatura di Paul Webb non è un biopic, piuttosto un dramma di ispirazione civile, perché non racconta la vita di King né il suo intero percorso politico, ma solo le tre settimane del 1965 durante le quali a Selma, in Alabama, ci si batteva per far sì che il diritto di voto fosse garantito anche ai cittadini con la pelle nera.

Ava DuVernay mette insieme un cast molto convincente, dal protagonista David Oyelowo — che fa un ottimo lavoro sulla voce donando la giusta qualità musicale e cadenzata ai sermoni e ai discorsi pubblici di Martin Luther King — fino ai comprimari Tom Wilkinson (il presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson, che firmò il risolutivo Voting Rights Act) e Tim Roth (il governatore dell’Alabama George Wallace).

Le scene migliori sono così proprio quelle di discussione e scontro dialettico, durante le quali DuVernay si concentra sulla recitazione degli attori e sulla resa figurativa degli spazi interni, con una cura particolare per il valore storico della Casa Bianca (occhio al ritratto di George Washington). Dove invece la regista perde un po’ di lucidità è nella gestione dei momenti più emotivi e nei ralenti con i quali sottolinea la violenza, specie durante la marcia degli attivisti da Selma a Montgomery. Sbavature fastidiose, che tuttavia non inficiano la coesione interna di una messa in scena curata e vigorosa.

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