Home > Report Live > Semi dei e miracoli bon-bon

Semi dei e miracoli bon-bon

Giorno due per la annuale adunata metal, quest’anno organizzata in quel di Collegno. La struttura del Colonia Sonora nel Parco Della Certosa Reale è tutto tranne che immensa, ma nonostante questo l’affluenza di pubblico non è neanche lontanamente sufficiente a riempirla. D’altro canto, i numerosi gruppi presenti in questo bollente sabato sono in fin dei conti abbastanza di nicchia rispetto ai soliti nomi altisonanti delle edizioni passate. Un po’ troppo forse chiamare band tutto sommato di costituzione recente, come Lordi o Amon Amarth, “dei del metal”. Semidei come Pollon, forse… In ogni caso, a causa del traffico ci perdiamo l’esibizione degli opener Ex-Deo ed entriamo nella ghiaiosa e cementosa venue nel momento in cui i genovesi Sadist prendono possesso del main stage: non c’è, come detto, moltissima gente nell’area festival e questo migliorerà ma non di moltissimo con il procedere della giornata. Il combo death genovese si dimostra comunque padrone della scena, sicuro di sé e come sempre di un livello tecnico decisamente elevato. Il corpulento Trevor si riconferma un buon frontman molto amato dal pubblico, con il quale instaura da subito un ottimo rapporto di interazione. Tommy al solito si destreggia nel suo multitasking suonando contemporaneamente tastiere e chitarre e la tecnica sezione ritmica fa miracoli. Voto 7.

Dopo i Sadist suona la band romana dei Kaledon. Il piccolo second stage viene pertanto inaugurato nella giornata odierna da questi ragazzi votati anima e corpo ad un power metal pomposo, epico e tecnico. La loro performance non è particolarmente entusiasmante o coinvolgente pur non discutendo l’esperienza e la capacità della band che propone una manciata di episodi presi dai suoi svariati concept album. Voto 5.

Direttamente da Tel Aviv ecco arrivare sul main stage gli Orphaned Land. Sono appena passate le 14.00 quando, sotto un sole splendente e caldo, i 4 musicisti entrano accolti da un caloroso benvenuto. Pochi secondi dopo, Kobi Farhi – carismatico singer della band – entra sul palco a piedi nudi, con una lunga tunica bianca, i capelli biondi ed ondulati ed una gestualità che ha decisamente del già visto… By the way… I’m not Jesus come però ci tiene egli stesso a precisare durante lo show, tra il serio ed il faceto, suscitando una simpatica risata del pubblico. Le ammalianti sonorità mediorientali del quintetto affascinano i presenti e la band si diverte nel proporre la propria particolare musica. Voto 7 ½.
[PAGEBREAK]

Il quintetto toscano dei Subhuman irrompe sul second stage con tutta la propria brutale cafonaggine! Ed è subito mosh. La band riesce velocemente a conquistare le simpatie dei presenti grazie anche al costume iconograficamente e spassosamente diabolico del singer Zula. La band attacca i presenti con un pugno di song brutal, zoticone, confusionarie e sguaiate. Intriga e si diverte, pur subendo la perdita della loro mascotte: un’ orca gonfiabile, chiamata Madonna, martoriata nel pogo sfrenato. Voto 6 ½.

Behemoth: la band polacca pare essere abbastanza attesa dal pubblico del Gods Of Metal di quest’anno. Edonisti, sciovinisti, scenici al limite del poseurismo, fanno sorridere nei loro intenzionalmente paurosi e caldi outfit di pelle, ma tutto sommato sono innocui. E noiosi pure. Suonano bene ed i suoni sono potenti, per carità, ma la personalità non passa di certo da casa di Nergal e soci. La lunga ora a loro disposizione passa senza infamia ne lode o colpi di scena, tra una sfuriata black ed un impersonale mid-tempo. Le loro discutibili e sciocche ideologie non fanno paura a nessuno e i Behemoth ci donano anche una chiusura di show tra le più mosce ed anonime mai viste nella storia della musica. Certo che quando ripetono un centinaio di volte quanto amano il pubblico facendo spudoratamente i ruffiani, non sembrano così inquietanti o minacciosi come vorrebbero sembrare… Una conferma in più se mai ce ne fosse bisogno, di come il 90% del black metal possa essere vuoto ed infantile. Non è successo niente di importante. Voto 4 ½.

La band milanese dei Nashwuah ha 20 minuti a sua disposizione sul second stage per cercare di conquistare un pubblico che ha appena finito di sentire i Behemoth, ma che è evidentemente in attesa di una delle band più amate della giornata, gli Exodus. Proprio alla luce di tutto ciò purtroppo gli autori del cd “Kali Yuga’s Tale” passano piuttosto inosservati a discapito di un suono piuttosto potente e di song ben composte e ben suonate tra cui “Spiral” e la title track del loro ultimo lavoro. Voto 6.

Exodus: delirio, pogo scatenato, divertimento sopra e sotto il palco. Questo in sintesi l’attesissimo concerto della storica band thrash metal americana. Rob Dukes, il tatuatissimo singer, ci prova spudoratamente con tutte le fanciulle italiane, che al microfono decanta come le più belle del mondo. E proprio all’indirizzo di qualche fanciulla il certamente non bellissimo cantante dirotta diverse bottigliette d’acqua. Ma con tutto il pubblico il buon Rob dimostra di saperci decisamente fare, visto che ad ogni suo ordine si scatena un pogo violentissimo ed addirittura un massacrante wall of death. Gary Holt e compagni peraltro non sbagliano una nota e confezionano davvero uno show di alto livello e coinvolgimento. Alla faccia di chi considera solo gli Exodus soltanto come band pre-Metallica di Kirk Hammett… Voto 8.

Dal 1975, anno di fondazione dei Raven ad oggi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Le facce dei fratelli John e Mark Gallagher, e del batterista Joe Hasselvander, non nascondono di certo un’età non più giovanissima. Così come le sonorità sprigionate dagli amplificatori del trio britannico. Un tuffo a piè pari nel metal di serie b degli anni ’80. Ma che grinta e che passione però. John non la smette più di urlare nel suo microfono auricolare e di correre su e giù per il palco dimostrando alle nuove leve del metal come si suona con cuore. E il fratello chitarrista non è da meno, dispensando con egual entusiasmo assoli e sorrisi. Grande performance di Hasselvander, in possesso di un tocco e di un feeling fuori dal comune. Voto 7 ½
[PAGEBREAK]

Tempo di scenografie più elaborate per i pre-headliner della serata: gli Amon Amarth, i vichinghi per eccellenza del death melodico svedese. Attesi e graditissimi dalla gente accalcata sotto palco, i 5 biondi metaller capitanati dal mastodontico singer Johan Hegg propongono un lungo e compatto set comprensivo di song tratte dall’ultimo album “Guardian Of Asgaard” senza tralasciare i più vecchi cavalli di battaglia. Il loro genere pur essendo meno violento e diretto ad esempio del thrash degli Exodus, riesce comunque a scatenare un discreto pogo. Buona l’interazione col pubblico di Johann che sorseggia quello che ci svela essere vino italiano nella nostra lingua e brindando con un entusiasta salute caldamente omaggiato dall’audience. Voto 7.

Ed ecco alle 21.40 circa, dopo una breve intro horrorifica i pupazzoni finlandesi più amati d’Europa: i Lordi. Ed è subito un grande dispendio di giochi pirotecnici ad accompagnare l’inizio di uno show votato all’esagerazione kitsch, ma anche al divertimento puro. Peccato per il mix sonoro iniziale, privo di chitarra e quindi un po’ sottotono, ma una volta aggiustato il tiro lo show non ha tardato a decollare. “Would You Love A Monsterman?”, “Man Skin Boot”, “Rebirth Of The Countess” tra i brani del mostruoso combo. La prima peculiarità della serata è stata il compleanno di Amen, lo scatenato chitarrista truccato da mummia a cui tutto il pubblico ha cantato il classico happy birthday incoraggiato dal singer Mr. Lordi. In secondo luogo, il combo finnico ha scelto il G.O.M. come occasione per inaugurare live un nuovo pezzo che andrà a far parte della tracklist del prossimo cd del gruppo. Il brano, intitolato “This Is Heavy Metal” è in realtà un divertente quanto scontato cliché talmente originale fin dal titolo, che al secondo ritornello la cantavano già tutti… Ed è proprio questo che costituisce sia il punto debole sia la forza dei Lordi, l’hard rock della band è semplice, catchy, derivativo, efficace, scontato. In una parola immortale.

Gran parte dello show è incentrata su siparietti horror-grand guignoleschi seguendo la tradizione di Alice Cooper ma sempre con un certo fare gigionesco. Ecco allora un’autopsia con tanto di tavolo operatorio e zombie che si rifiuta di morire, falsi omicidi di roadies, decapitazioni, utilizzi ludici e lubrici di braccia amputate e tanti, tanti fuochi, botti e pyros vari. Scenografie ed immagine sono parte integrante e fondamentale dell’esistenza stessa dei Lordi, tanto che al netto di esse la band non sarebbe niente più che una buona hard rock band. Nota curiosa, il singer ci ha tenuto a precisare, tra una stentata parola in italiano e l’altra, come una innocua frase in finlandese abbia un assurdo significato in italiano. Povero Mr. Lordi, non poteva sapere che tutto questo, molti anni fa, ci era già stato insegnato dall’angelica Anna Falchi nel contesto del Festival di Sanremo. Quella si che fu trasgressione.
Le due ore di entertainment passano comunque in fretta e la celebrata “Hard Rock Hallelujah” mette fine all’esibizione degli headliner di oggi. “Would You Love A Monsterman?”: oggi Collegno lo ha fatto.

E giunge al termine anche la seconda giornata della manifestazione. La sensazione nell’imboccare l’uscita è quella di aver assistito ad uno spettacolo a tratti ottimo ma mancante di qualcosa. Quel qualcosa forse sta nel fatto che il metal invecchia male e, quando i grandi gruppi del passato mancano all’appello, nulla pare reggersi sulle proprie gambe. Soprattutto visto che l’affluenza della generazione di facebook non è così copiosa.

EX-DEO
SADIST
KALEDON
ORPHANED LAND
SUBHUMAN
BEHEMOT
NASHWUAH
EXODUS
RAVEN
AMON AMARTH
LORDI

Scroll To Top