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Sensibilità d’autore

Uno dei primi fragorosi applausi alla 65esima Mostra del Cinema di Venezia è andato a “Pa-Ra-Da”, primo lungometraggio del regista Marco Pontecorvo. Figlio d’arte ed ex autore di fotografia (come preferisce definirsi), ha portato al Lido una storia commovente che andrà ben oltre la sezione Orizzonti della kermesse. Lo abbiamo incontrato e, insieme, siamo andati al cuore di un’esperienza umana.

Con un tema delicato come quello di “Pa-Ra-Da” sarebbe facile cadere nel patetico e nella facile commozione. Ciò che emerge dal tuo film è, invece, un delicato equilibrio tra realtà e punto di vista del regista.
È proprio quello che cercavo di fare: non andare mai in una sola direzione. Essendo conscio dei rischi cui andavo incontro, ho provato a bilanciare gli elementi. Ogni volta che ho intrapreso una strada, me ne sono subito distaccato per guardarla meglio e avere una visuale più ampia, sia durante le riprese che durante il montaggio.

Quanto ha pesato il bisogno di condivisione della tragedia? In fondo quello che fa il personaggio Miloud, andando a vivere con i bambini, è un po’ ciò che è stato fatto da te andando sul posto per toccare con mano la loro condizione.
Ha indubbiamente avuto un peso rilevante, anche perché il tentativo di rimanere distante per raggiungere un alto livello di obiettività è stato bilanciato dal bisogno di essere lì, vicino a loro. Credo che nel film venga comunque fuori l’amore nei loro confronti: sono bambini che riescono a darti tanto sul piano umano, hanno una forza incredibile. La distanza può e deve essere un metodo d’approccio, ma la sensibilità non resta invisibile.

Quanto, invece, ha influito la tua esperienza di direttore/autore della fotografia?
Ha influito tanto soprattutto per le difficoltà che abbiamo avuto nel portare il film nei tempi giusti. Poi in realtà il maggiore aiuto è venuto fuori dal gruppo: se si è una squadra, si ha a cuore il lavoro degli altri. Amici da sempre, abbiamo collaborato tutti perché abbiamo amato l’idea di questo film. Ognuno col proprio ruolo, ma tutti fondamentali per la ricerca della soluzione adatta al momento.

È stato difficile portare una simile tematica in Italia?
Convincere a investire è sempre difficile, in particolare poi su un tema che potrebbe sembrare ostico. Credo che a dare la convinzione sia stata l’idea salvifica che, per fortuna, non è opera mia, ma della realtà. Non c’è buonismo: è la realtà.

Se il film avesse raccontato di un Miloud di oggi, la storia sarebbe stata del tutto diversa?
Certo, Miloud è cambiato: è cresciuto e con lui sono cresciuti i bambini, è stata un’esperienza di vita parallela. La sua storia è stata fondamentale per spiegare a me cosa sarebbe era realistico o meno. Mi son lasciato frenare ogni volta che c’era la possibilità di filmare qualcosa che nella realtà non sarebbe mai accaduta. Spero sul serio che questo aspetto arrivi: Miloud non è altro che una persona che ha condiviso un’esperienza, e che ne ha fatto bagaglio emozionale. Aiutare il prossimo serve anche a se stessi, fare qualcosa di grande, a volte, è una necessità.

Questo ha evitato di portare la figura di Miloud a quella di messia.
Assolutamente. Devo confessare che quando ho deciso di fare il film ho fatto una specie di lista delle cose da non fare: evitare tutte le ovvietà a cui un film del genere poteva portare.

La speranza che il film racconta passa attraverso l’immagine, un’immagine verticale come metafora di crescita.
Sì, è tutto voluto. Volevo fotografare chi si affaccia alla vita e riesce con solo uno sguardo ad arrivare lontano. È un mix tra una favola e un dramma – purtroppo – vero.

Il film sarà nelle sale il 19 settembre. Tanti adulti porteranno anche i loro bambini. Potrebbe essere anche un progetto per le scuole italiane?
Be’, questo dipende dal ministero. Di certo destinare ai bambini un film del genere ha come merito quello di diminuire le distanze, perché andare più a fondo nelle storie altrui ci fa scoprire più simili, arrivi all’essere umano. E siamo tutti essere umani.

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